25 aprile: ci sono date che non chiedono celebrazioni, ma presenza.

Il 25 aprile è una di queste. Non appartiene al calendario delle ricorrenze, ma a quello delle scelte: la scelta di dire no alla paura, alla menzogna, alla disumanizzazione. La scelta di dire sì alla dignità, alla libertà, alla responsabilità.

Ogni anno, in questo giorno, l’Italia torna a interrogarsi su ciò che la fonda. E lo fa attraverso una memoria che non è mai un museo, ma un campo aperto, attraversato da voci diverse. Le voci di chi salì in montagna, di chi nascose un vicino, di chi stampò un volantino, di chi pagò con la vita un gesto di disobbedienza. Voci che non chiedono retorica, ma ascolto.

C’è un verso che tutti conoscono, anche chi non ha mai cantato davvero quella canzone. Un verso semplice, quasi infantile: “O partigiano, portami via”. Non è un invito alla fuga, ma alla responsabilità. È la richiesta di non essere lasciati soli davanti alla storia. È la consapevolezza che la libertà non si conquista da spettatori.

25 aprile
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La Costituzione nasce da questo sguardo collettivo. Non è un monumento, ma un patto. Un patto antifascista, perché scritto da chi aveva visto cosa accade quando la legge diventa strumento di oppressione. Un patto che mette al centro la persona, non lo Stato; la pace, non la forza; il lavoro, non il privilegio. Ogni articolo è una risposta a una ferita, ogni principio è un argine contro il ritorno dell’arbitrio.

Oggi, mentre auguriamo a tutte e tutti un buon 25 aprile, non celebriamo soltanto la fine di un regime. Celebriamo la possibilità — sempre fragile, sempre esigente — di essere una comunità democratica. Celebriamo il diritto di dissentire, di studiare, di ricordare. Celebriamo la responsabilità di non lasciare che la storia venga piegata, addomesticata, riscritta per convenienza.

Il 25 aprile non chiede applausi, ma continuità. Chiede di riconoscere i segnali del presente, di difendere la complessità, di non cedere alla tentazione dell’indifferenza. Chiede di essere, ogni giorno, un po’ più degni di quella scelta fatta allora.

Perché la Liberazione non è un ricordo: è un verbo al presente. E riguarda tutti noi.

Francesco Bianchi

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