Adua non è solo una sconfitta militare: è una ferita identitaria, un trauma nazionale che l’Italia non ha mai davvero guardato negli occhi. È il punto in cui il progetto coloniale italiano si schianta contro la realtà, contro un’Africa che non è passiva, non è inerme, non è “vuoto da riempire”, ma una potenza politica capace di organizzarsi, combattere e vincere. Adua è il luogo in cui l’Italia scopre che la retorica non basta, che la propaganda non sostituisce la strategia, che l’illusione di superiorità è un’arma spuntata. Come scrive lo storico Angelo Del Boca, “Adua è la sconfitta che l’Italia non ha mai voluto capire”, e forse proprio per questo continua a tornare, come un’ombra lunga, ogni volta che si parla di colonialismo, identità, memoria.

La battaglia del 1° marzo 1896 è il risultato di un decennio di tensioni, inganni diplomatici e ambizioni mal calcolate. Dopo Dogali, l’Italia aveva trasformato la ferita in programma politico: espandersi, conquistare, riscattare l’onore. Il Trattato di Uccialli, con il suo famigerato articolo 17, era stato interpretato da Roma come un protettorato sull’Etiopia, mentre Menelik II lo aveva firmato in una versione completamente diversa. Quando Menelik denunciò l’inganno, l’Italia reagì non con la diplomazia, ma con la convinzione che la forza avrebbe risolto ciò che la politica aveva complicato. Una convinzione che si sarebbe rivelata fatale.

Menelik II, intanto, non era l’avversario che l’Italia immaginava. Era un sovrano moderno, capace di unire regioni diverse, di acquistare armi europee, di costruire un esercito imponente. Governava lo Scioa, un territorio vasto e strategico, e aveva confini che toccavano il Tigrè, l’Amhara, le terre afar e i regni oromo. Era un politico raffinato, un negoziatore paziente, un leader che conosceva il valore del tempo. Lo storico Richard Pankhurst lo definisce “uno dei più lucidi statisti africani dell’Ottocento”, e la sua capacità di mobilitare oltre 100.000 uomini lo dimostrò. L’Italia, invece, arrivò ad Adua con un esercito diviso, male informato, convinto che l’avversario fosse debole, disorganizzato, inferiore. Una convinzione che nasceva da un embrione di razzismo coloniale già presente nell’Italia liberale: un razzismo paternalista, non ancora biologico, ma sufficiente a sottovalutare un impero millenario.
Adua 1896 – la battaglia che l’Italia non ha mai elaborato
Il 1° marzo 1896, all’alba, le truppe italiane si mossero in tre colonne separate, convinte di cogliere di sorpresa l’esercito etiope. Ma Menelik aveva previsto tutto. Le sue forze, guidate anche da Ras Makonnen e Ras Alula, erano schierate in posizione dominante. La battaglia durò poche ore. L’esercito italiano fu travolto, accerchiato, annientato. Le perdite furono devastanti: oltre 6.000 morti, migliaia di prigionieri, un’intera brigata cancellata. Come scrive Giorgio Rochat, “Adua fu una catastrofe totale, militare e politica”. Eppure, nonostante la portata dell’evento, l’Italia non elaborò mai davvero quella sconfitta. La trasformò in silenzio, in rimozione, in una parentesi da chiudere in fretta. Il colonialismo italiano continuò, come se Adua fosse un incidente e non un monito.
Adua è la battaglia che l’Italia non ha mai elaborato perché mette in crisi un mito: il mito dell’Italia “brava gente”, il mito dell’Africa come spazio vuoto, il mito della superiorità europea. È una sconfitta che non si può attribuire al caso, né al tradimento, né alla sfortuna. È una sconfitta che costringe a guardare l’altro come soggetto, non come oggetto. E questo, per l’Italia di fine Ottocento, era inaccettabile. Per questo Adua è stata rimossa, minimizzata, trasformata in nota a piè di pagina. Ma la storia non dimentica. E ogni volta che si parla di colonialismo, di identità, di memoria, Adua ritorna. Ritorna perché è il punto in cui l’Italia ha perso non solo una battaglia, ma l’occasione di capire se stessa.

HOME – – – – – BLOG – – – – – BIOGRAFIA

Lascia un commento