Ci sono luoghi in Italia dove la storia non è un capitolo da studiare, ma un paesaggio da attraversare. Bardonecchia e la Val di Susa sono tra questi. Qui, tra i boschi di larici, le mulattiere militari, i forti ottocenteschi e le borgate sospese tra pianura e alta montagna, la Resistenza prese forma prima ancora di avere un nome. Eppure, nei programmi scolastici, questi luoghi compaiono appena. La Resistenza è spesso ridotta a una mappa di date, a un elenco di sigle, a un paragrafo conclusivo. Manca il territorio, mancano le storie, mancano i volti. Manca ciò che rende la storia viva.

La Val di Susa, dopo l’8 settembre 1943, divenne un corridoio naturale per renitenti, soldati sbandati, antifascisti in fuga. Le montagne offrivano riparo, ma anche responsabilità: chi saliva non cercava solo salvezza, cercava una scelta. Bardonecchia, con il suo confine vicino, i suoi trafori, le sue caserme abbandonate, fu uno dei primi centri di raccolta della Resistenza piemontese. Le bande partigiane si formarono qui, tra le borgate di Rochemolles, Gleise, Millaures, tra sentieri che oggi percorriamo per escursione e allora erano vie di fuga, di collegamento, di sopravvivenza.

Gli storici lo ricordano da anni. Giovanni De Luna ha scritto che “la Resistenza non è nata nelle città, ma nei territori che offrivano rifugio e possibilità di azione”. La Val di Susa è uno di quei territori. Eppure, nei manuali scolastici, la geografia della Resistenza è spesso assente. Si parla di CLN, di brigate, di alleanze, ma non dei luoghi che resero possibile tutto questo. Non delle valli che accolsero i primi gruppi armati, non delle comunità che rischiarono la vita per nascondere giovani sconosciuti, non delle montagne che divennero casa, trincea, scuola politica.

Bardonecchia e la Val di Susa
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Bardonecchia è un esempio emblematico. Qui, tra il 1943 e il 1945, si incrociarono storie di soldati italiani che rifiutavano la Repubblica Sociale, di giovani che salivano in montagna senza sapere se sarebbero tornati, di famiglie che dividevano il poco che avevano. Qui passarono staffette, medici, sacerdoti, operai, studenti. Qui si costruì una delle prime reti di collegamento con la Francia libera. Eppure, tutto questo raramente entra nei programmi scolastici. La Resistenza resta un concetto, non un luogo.

E i luoghi contano. Contano perché restituiscono la dimensione umana della storia. Contano perché mostrano che la Resistenza non fu un’astrazione, ma un’esperienza concreta, fatta di freddo, fame, paura, scelte difficili. Contano perché permettono di capire che la libertà non è nata nei palazzi, ma nei boschi, nelle baite, nei paesi di montagna.

In questo paesaggio si inserisce anche una storia che ho raccontato nel mio ultimo lavoro Tigri e colonie. Quarto, uno dei protagonisti, scappa dalla colonia di Mentone per raggiungere proprio i partigiani. È un dettaglio narrativo, ma è anche un dettaglio storico: molti giovani, dopo l’8 settembre, attraversarono le Alpi Marittime e le Alpi Cozie per unirsi alle bande. La fuga verso la montagna non era solo un gesto di ribellione: era un atto di fiducia. Fiducia in un territorio che proteggeva. Fiducia in una comunità che accoglieva. Fiducia in un’idea di futuro che non era ancora scritta.

Bardonecchia e la Val di Susa
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La scuola italiana, troppo spesso, non racconta questo. Non racconta che la Resistenza è un fenomeno territoriale, non solo politico. Non racconta che le valli alpine furono laboratori di democrazia prima ancora che campi di battaglia. Non racconta che la geografia è parte della storia, e che senza la Val di Susa, senza Bardonecchia, senza le montagne che permisero di resistere, la storia d’Italia sarebbe stata diversa.

Raccontare questi luoghi non significa fare retorica. Significa restituire profondità alla storia. Significa mostrare che la libertà non è un concetto astratto, ma un sentiero che qualcuno ha percorso prima di noi. Significa ricordare che la Resistenza non è un capitolo da studiare, ma un paesaggio da attraversare. E che Bardonecchia e la Val di Susa, con le loro montagne che proteggono e chiedono coraggio, sono ancora lì a ricordarcelo.

Francesco Bianchi

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