Battaglie del Monte Grappa, un simbolo della resistenza italiana perché, tra il novembre 1917 e l’ottobre 1918, fu proprio su quel massiccio che l’esercito riuscì a fermare l’avanzata austro‑tedesca dopo Caporetto, impedendo il crollo definitivo del fronte e della stessa monarchia.
Dopo la rotta dell’Isonzo, il Grappa diventa la chiave di volta dell’intero sistema difensivo. Le fonti ricordano che, nel novembre 1917, le truppe italiane arrivarono sul massiccio “logore e stremate”, ma riuscirono comunque a costruire una nuova barriera difensiva per arrestare un nemico “imbaldanzito dai recenti successi” . È qui che nasce il mito del Grappa come baluardo: un luogo impervio, difficile da espugnare, dove la geografia stessa diventa alleata della sopravvivenza nazionale.
Gli storici concordano sul fatto che la prima battaglia del Grappa (novembre‑dicembre 1917) fu decisiva. Otto von Below, consapevole che superare i 1.770 metri del massiccio avrebbe significato dilagare nella pianura veneta, lanciò un’offensiva violentissima. Le truppe italiane, ancora scioccate dalla ritirata, persero il Monte Peurna e arretrarono fino ai monti Pressolan e Solarolo, ma la “tattica elastica” del generale Di Robilant — cedere terreno per contrattaccare subito dopo — impedì lo sfondamento definitivo . È in questi giorni che combattono anche i “ragazzi del ’99”, simbolo di una generazione mandata al fronte per salvare il Paese.

La storiografia sottolinea come il Grappa sia stato un laboratorio tattico e morale. Le trincee erano “quasi un corpo a corpo”, spesso distanti pochi metri, e la resistenza italiana si fondò su una combinazione di sacrificio umano e ingegneria militare: la Grande Strada Cadorna, le gallerie, le postazioni scavate nella roccia. Non è un caso che Cima Grappa, “mai espugnata”, sia diventata il luogo simbolo del conflitto, con un sacrario che oggi custodisce quasi 23.000 caduti .
La seconda grande ondata arriva nel giugno 1918, durante la Battaglia del Solstizio. Gli austro‑ungarici tentano un’ultima offensiva disperata, ma il Grappa regge: la linea italiana, rafforzata durante l’inverno, respinge gli attacchi fino a Col Moschin e Ponte San Lorenzo. È il momento in cui, come scriverà più tardi la memorialistica alpina, “il Grappa si fece muro”.
L’ultima battaglia, nell’ottobre 1918, si inserisce nella più ampia offensiva di Vittorio Veneto. Qui gli italiani passano finalmente all’attacco: dopo giorni di scontri sanguinosi, l’esercito austro‑ungarico inizia una ritirata che si trasforma in rotta, preludio alla fine della guerra .
Per questo il Monte Grappa è entrato nella memoria nazionale: non solo come teatro di battaglie durissime, ma come luogo in cui l’Italia, dopo essere precipitata nell’abisso di Caporetto, riuscì a fermare l’avanzata nemica e a riscrivere il proprio destino. È il monte “sacro alla patria” non per retorica, ma perché lì — tra neve, roccia e trincee — l’Italia decise di resistere.


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