Il Col di Lana è diventato “il monte che esplose” perché, nella notte tra il 17 e il 18 aprile 1916, una mina austriaca fece saltare un’intera cima, cancellando in pochi secondi mesi di combattimenti e trasformando la montagna in un cratere. Ma la sua storia è molto più complessa: è un racconto di ingegneria disperata, di guerra sotterranea e di memoria che ancora oggi pesa sul paesaggio dolomitico.

Il Col di Lana, 2.462 metri tra Livinallongo e la Valparola, era un punto strategico: chi lo controllava dominava le valli e le vie di comunicazione verso Cortina e la Val Badia. Per questo, tra il 1915 e il 1916, divenne uno dei monti più contesi del fronte dolomitico. Gli italiani lo assaltavano quasi ogni settimana, gli austro‑ungarici lo difendevano metro per metro. Gli storici lo definiscono “la piccola Verdun delle Dolomiti”.

Quando gli assalti in superficie non bastarono più, la guerra scese sottoterra. Gli austriaci iniziarono a scavare una galleria di mina lunga oltre 100 metri, dentro una montagna fatta di roccia friabile e ghiaccio. Era un lavoro da minatori, non da soldati. Giorgio Rochat ha scritto che la guerra di mina nelle Dolomiti fu “un duello di pazienza e di ascolto”, perché ogni colpo di piccone del nemico poteva essere percepito attraverso la roccia.

Col di Lana
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Gli italiani, intuendo il pericolo, scavarono a loro volta contromine, ma arrivarono tardi. Nella notte del 17 aprile 1916 gli austro‑ungarici fecero brillare 5.000 kg di esplosivo. La cima del Col di Lana si sollevò, si frantumò, crollò. Un boato che, secondo le testimonianze, si udì fino a Cortina. La montagna cambiò forma. E con essa cambiò il fronte.

La mina non fu solo un successo tattico: fu un trauma. Paolo Rumiz, un secolo dopo, ha scritto che il Col di Lana è “la montagna che muore”, perché nessun altro luogo delle Dolomiti mostra così chiaramente la violenza con cui la guerra può riscrivere la geografia. Il cratere è ancora lì, come una ferita aperta.

Eppure, paradossalmente, l’esplosione non decise la guerra. Gli italiani, ostinati, continuarono a combattere sul vicino Monte Sief, collegato al Col di Lana da una cresta sottile. La conquista definitiva arrivò solo nel novembre 1917, quando gli austro‑ungarici si ritirarono dopo Caporetto.

Oggi il Col di Lana è un luogo di memoria silenziosa. Non ha la monumentalità del Grappa o del Pasubio. Ha qualcosa di più intimo: un paesaggio che porta ancora i segni della mina, delle trincee, delle gallerie. Camminare sul cratere significa vedere la guerra non come un racconto, ma come una frattura fisica.

Il Col di Lana “esplose” davvero. Ma ciò che resta non è solo la storia di una mina: è la storia di come la guerra può trasformare una montagna in un simbolo, un monito e una domanda che ancora oggi risuona tra le rocce.

Francesco Bianchi

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