Ci sono storie che non scegli: sono loro a scegliere te.

Tigri e colonie è nata così, dall’incontro con due sorelle ultraottantenni che avevano vissuto sulla propria pelle l’esperienza dei bambini italo‑libici trattenuti in Italia durante la guerra, un frammento di memoria che rischiava di scomparire con loro.

Le ho ascoltate parlare con una lucidità che tagliava il fiato: le navi, i campi, la propaganda, la paura, l’infanzia sospesa tra due mondi. Quelle voci non mi hanno più lasciato, tanto da capire che non potevo permettere che quella storia si spegnesse nel silenzio. Dovevo restituirle spazio, dignità, ascolto. Da lì è iniziata la mia ricerca: archivi, documenti dimenticati, fotografie senza nome, relazioni militari che cercavano di trasformare vite reali in numeri. Ma la verità era nelle loro parole, nella loro memoria fragile e potentissima. È così che è nato il romanzo, come un atto di restituzione, come un modo per dire che la storia non è mai davvero passata, soprattutto quando non è stata raccontata.

Eppure, portare alla luce una vicenda così poco conosciuta significa anche scontrarsi con un’altra forma di rimozione: l’indifferenza. Oggi viviamo in un mondo che parla molto di memoria, ma ascolta poco. E per un autore emergente è difficile far breccia, anche quando la storia che racconti tocca il cuore di chiunque la incontri. Lo vedo ogni giorno: nonostante i riconoscimenti, nonostante il cammino che Tigri e colonie sta facendo, è una lotta continua per far arrivare questa storia dove merita. Ma ogni volta che un lettore mi scrive dicendo “non conoscevo questa pagina di storia, e adesso non riesco più a dimenticarla”, capisco che ne vale la pena.

Raccontare questa vicenda oggi significa anche guardare al presente. Viviamo in un tempo in cui il neocolonialismo non è un concetto astratto, ma una realtà concreta: le mire espansionistiche di grandi potenze come gli Stati Uniti e la Cina in Africa (ma anche in Groenlandia, in Medio Oriente, direi anche in Ucraina) mostrano come il continente sia ancora terreno di competizione economica, militare e geopolitica.

Colonialismo italiano in Libia: la storia vera delle due sorelle dimenticate

Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti, ma la logica resta simile: risorse, controllo, presenza strategica. E allora la storia delle due sorelle, dei bambini italo‑libici, delle famiglie spezzate, non è solo un ricordo lontano: è un monito. Ci ricorda che ogni forma di dominio lascia cicatrici profonde, che ogni espansione porta con sé vite reali, non numeri. Che il passato non è mai davvero passato se non lo guardiamo in faccia.

Tigri e colonie è il mio modo di farlo: di riportare alla luce ciò che è stato nascosto, di dare voce a chi non l’ha avuta, di dire che la memoria non è un esercizio sterile ma un atto di responsabilità. Continuo a camminare accanto a questo libro con gratitudine e ostinazione, sapendo che la strada è lunga, ma che ogni lettore che si ferma ad ascoltare è una piccola vittoria contro l’oblio.

Tigri e colonie non è un romanzo che chiede solo di essere letto: chiede di non cancellare la Memoria.

Francesco Bianchi


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