Il colonialismo non fu un capitolo marginale del fascismo: fu uno dei suoi pilastri ideologici. L’Italia non cercò solo territori, cercò un’immagine di sé. E quell’immagine venne costruita attraverso una propaganda che trasformò la violenza coloniale in mito nazionale.
Angelo Del Boca lo ha scritto con chiarezza: “Il fascismo non inventò il colonialismo italiano, ma lo portò alle estreme conseguenze, trasformandolo in religione civile.”
La propaganda non si limitava a raccontare l’Impero: lo usava per definire cosa significasse essere italiani.
Il fascismo ereditò un colonialismo già avviato nell’Ottocento, ma lo reinterpretò come prova della “rinascita” nazionale. La guerra d’Etiopia del 1935‑36 fu il momento decisivo. La propaganda costruì un immaginario potente: un’Italia giovane, virile, moderna, che portava “civiltà” in Africa.
I giornali, i cinegiornali, i manifesti, le canzoni, le adunate: tutto serviva a trasformare un’aggressione in epopea. Le immagini dei soldati che avanzavano nel deserto, dei coloni che aravano terre “vergini”, delle città “nuove” costruite nel nulla erano strumenti per raccontare un Paese che finalmente si sentiva grande. Ma dietro quelle immagini c’erano i gas chimici, le deportazioni, le stragi, le leggi razziali. La propaganda cancellava la realtà per costruire un’identità.

Uno dei passaggi meno conosciuti riguarda il modo in cui il colonialismo influenzò la definizione stessa di “italianità”. L’Impero serviva a dimostrare che l’Italia era una nazione “superiore”, capace di governare altri popoli.
Per farlo, il regime introdusse norme razziali prima ancora delle leggi del 1938: divieto di matrimoni misti, segregazione negli spazi pubblici, scuole separate, punizioni per le relazioni tra italiani e donne africane. L’identità nazionale veniva costruita per contrasto: essere italiani significava non essere africani. Era un’identità fondata sulla distanza, non sull’inclusione.
Del Boca lo sintetizzò così: “Il razzismo coloniale fu il laboratorio del razzismo fascista.”
La propaganda non si limitava a esaltare l’Impero: riscriveva la storia. L’Italia veniva presentata come erede di Roma, portatrice di ordine e modernità. Le violenze coloniali — i campi di concentramento in Cirenaica, i bombardamenti con iprite in Etiopia, le esecuzioni sommarie — venivano occultate o giustificate come necessarie. I manuali scolastici parlavano di “popoli primitivi”, di “terre incolte”, di “missione civilizzatrice”. Le fotografie ufficiali mostravano scuole, ospedali, strade; mai i villaggi incendiati, i corpi dei civili, i monaci di Debre Libanos fucilati. La propaganda costruiva un’Italia migliore di quella reale, e molti italiani finirono per crederci.
Un altro passaggio poco noto riguarda il ruolo dei coloni. Le famiglie italiane inviate in Africa Orientale o in Libia non erano solo migranti: erano strumenti di propaganda vivente. Dovevano incarnare l’idea di un’Italia laboriosa, disciplinata, moderna. Le loro fotografie venivano pubblicate sui giornali, le loro storie raccontate come esempi di coraggio. Ma la realtà era più complessa: molti coloni vivevano in condizioni difficili, dipendevano dall’esercito, occupavano terre sottratte con la forza. La propaganda trasformava la precarietà in epopea.

Il colonialismo influenzò anche la cultura popolare. I romanzi d’avventura, i fumetti, i film, le canzoni costruirono un immaginario esotico che sopravvive ancora oggi. L’Africa veniva rappresentata come un luogo selvaggio, femminilizzato, disponibile. Gli italiani come portatori di ordine e bellezza. Era un immaginario che serviva a rafforzare l’orgoglio nazionale e a giustificare la violenza. La propaganda non si limitava a raccontare l’Impero: lo desiderava.
La caduta del fascismo non cancellò quell’immaginario. Per decenni, l’Italia preferì ricordare un colonialismo “mite”, “diverso”, “umano”. Del Boca lo denunciò con parole che restano attuali: “Gli italiani hanno costruito un mito consolatorio: un colonialismo senza colpe. Ma quel colonialismo non è mai esistito.” La propaganda fascista aveva funzionato così bene da sopravvivere al regime. Aveva modellato l’identità nazionale, aveva plasmato il modo in cui gli italiani guardavano all’Africa, agli africani, a se stessi.
Oggi, tornare su quella storia significa riconoscere che il colonialismo non fu solo un progetto politico, ma un dispositivo culturale. Significa capire che la propaganda non servì solo a sostenere l’Impero, ma a costruire un’idea di Italia che ancora oggi fatichiamo a decostruire. Significa accettare che l’identità nazionale non è un dato naturale, ma una narrazione. E che quella narrazione, per troppo tempo, è stata costruita sulla rimozione.


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