Il mito nazionale della Dalmazia è uno dei prodotti più duraturi del nazionalismo italiano tra Otto e Novecento: un mito costruito attraverso letteratura, politica, cartografia, propaganda, memoria selettiva e una sistematica rimozione della complessità etnica dell’Adriatico orientale.

Non nasce con il fascismo, ma molto prima, e attraversa l’Italia liberale, il dannunzianesimo, il nazionalismo post‑1918, fino a diventare uno dei pilastri simbolici dell’espansione italiana nei Balcani. La Dalmazia fu trasformata in immaginario prima ancora che in territorio: una “terra italiana per storia, cultura e destino”, secondo la formula ripetuta da giornali, associazioni irredentiste e circoli nazionalisti.

Lo storico Luciano Monzali ha scritto: «La Dalmazia fu un mito prima che una realtà politica: un mito costruito per colmare la frustrazione nazionale e per dare all’Italia un ruolo nel Mediterraneo». La costruzione del mito avvenne attraverso tre strumenti principali: la selezione delle memorie, la sacralizzazione della storia veneziana e la cancellazione della pluralità linguistica e culturale della regione. La Dalmazia venne rappresentata come erede diretta della Serenissima, ignorando che nel XIX secolo la maggioranza della popolazione parlava croato e che le comunità italiane, pur presenti e attive, erano minoritarie.

Lo storico Jože Pirjevec ha osservato: «Il mito della Dalmazia italiana si fondava su una Venezia idealizzata e su una popolazione dalmata immaginata come naturalmente italiana». La cartografia ebbe un ruolo decisivo: mappe, atlanti, guide turistiche e manuali scolastici rappresentavano Zara, Spalato, Sebenico, Ragusa come città italiane, spesso con toponimi esclusivamente italiani. La geografia diventò propaganda. La letteratura contribuì a rafforzare il mito: scrittori come Antonio Baldacci, Arturo Colautti e Riccardo Gigante descrissero la Dalmazia come “fronte dell’italianità”, “sentinella dell’Adriatico”, “terra promessa della nazione”.

La retorica della frontiera trasformò la regione in simbolo identitario. Il fascismo radicalizzò questo immaginario. La Dalmazia divenne parte della missione nazionale: italianizzazione forzata, chiusura delle scuole croate, repressione delle associazioni culturali slave, sostituzione della toponomastica. Zara fu presentata come “capitale italiana della Dalmazia”, mentre Spalato e Sebenico venivano descritti come città “da riportare alla loro identità originaria”. Lo storico Ivo Goldstein ha scritto: «La Dalmazia sotto l’Italia visse una stagione di violenza culturale che la memoria croata non ha mai dimenticato».

La costruzione del mito non fu solo politica: fu anche emotiva. L’idea della Dalmazia come “terra perduta” divenne parte della narrativa nazionale dopo il 1918, alimentata dalla retorica della “vittoria mutilata”. La perdita della Dalmazia fu trasformata in ferita identitaria, in trauma collettivo, in simbolo di un’Italia tradita dalle potenze europee. Il mito sopravvisse alla guerra, all’8 settembre, all’esodo giuliano‑dalmata. Dopo il 1945, la Dalmazia divenne parte della memoria degli esuli, che conservarono la lingua, i nomi italiani, le storie familiari.

La comunità italiana in Croazia, oggi ridotta a circa 17.000 persone, è l’erede di questa storia complessa. La doppia toponomastica — Zadar/Zara, Biograd/Zaravecchia, Rovinj/Rovigno, Pula/Pola — è uno dei segni più evidenti della stratificazione identitaria della regione: un’eredità che non è solo linguistica, ma storica. Lo storico Giovanni Radossi ha scritto: «La toponomastica bilingue dell’Istria e della Dalmazia è la prova che la storia non può essere cancellata: resta nei nomi, nelle pietre, nelle memorie».

Il mito nazionale della Dalmazia è dunque il risultato di una costruzione culturale che ha attraversato generazioni: un mito che ha alimentato politiche di espansione, giustificato repressioni, sostenuto identità, plasmato memorie. Comprenderlo significa riconoscere che la storia dell’Adriatico non è mai stata lineare, ma plurale; non omogenea, ma stratificata; non nazionale, ma condivisa — e spesso contesa. È un mito che ancora oggi vive nei nomi delle città, nelle comunità italiane, nelle memorie degli esuli, nelle narrazioni politiche e culturali che continuano a interrogare il rapporto tra Italia e Croazia.

Francesco Bianchi

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