La storia della violenza fascista in Slovenia non comincia nel 1941. Le sue radici affondano nel primo dopoguerra italiano, in un clima di frustrazione nazionale, di rivendicazioni territoriali e di miti identitari che trovarono in Gabriele D’Annunzio il loro interprete più influente. L’impresa di Fiume del 1919 non fu soltanto un gesto politico: fu un laboratorio ideologico che contribuì a costruire un immaginario di frontiera, di missione nazionale e di legittimazione della violenza. È in questo terreno culturale che il fascismo affondò le sue radici, trasformando simboli e parole in politiche concrete, fino all’occupazione della Slovenia nel 1941.

D’Annunzio non partecipò alla guerra nei Balcani, né ebbe ruoli amministrativi nei territori occupati. La sua responsabilità non è operativa, ma culturale. La storiografia più autorevole — da Emilio Gentile a Claudia Salaris — riconosce che l’estetica politica dannunziana fornì al fascismo un repertorio simbolico e linguistico che contribuì a normalizzare l’idea della violenza come strumento di rigenerazione nazionale. L’impresa di Fiume introdusse rituali, liturgie e parole che il fascismo avrebbe poi istituzionalizzato: il saluto romano, la sacralizzazione del sacrificio, la retorica della comunità guerriera, la rappresentazione della frontiera come luogo di destino.

Nel contesto adriatico, questo immaginario ebbe un impatto diretto. La frontiera orientale — Trieste, Gorizia, l’Istria — venne rappresentata come spazio “naturalmente italiano”, da difendere e da completare. D’Annunzio parlò di Fiume come di una “città olocausta”, un luogo che incarnava la ferita della vittoria mutilata. La sua narrazione trasformò la frustrazione postbellica in rivendicazione territoriale. In questo quadro, le popolazioni slovene e croate vennero spesso descritte come ostacolo alla missione nazionale, un elemento che la propaganda fascista avrebbe poi radicalizzato.

Negli anni Venti, il fascismo adottò e amplificò questa visione. L’incendio del Narodni Dom di Trieste nel 1920 — la Casa della Cultura Slovena — rappresenta uno degli episodi più emblematici della violenza contro le comunità slave. L’atto fu compiuto da squadre fasciste che si richiamavano esplicitamente all’estetica dannunziana della “azione diretta”. La distruzione del Narodni Dom non fu un gesto isolato: fu il segnale di una politica di italianizzazione forzata che avrebbe segnato l’intero confine orientale.

Quando nel 1941 l’Italia partecipò all’invasione della Jugoslavia, la propaganda fascista recuperò apertamente la retorica dannunziana. Il quotidiano Il Popolo d’Italia scrisse: «L’Italia riprende ciò che la storia le ha negato». La frase riecheggia quasi letteralmente le parole pronunciate da D’Annunzio a Fiume nel 1919. La creazione della Provincia di Lubiana fu presentata come un atto di compimento nazionale, un ritorno alla “missione adriatica” iniziata nel primo dopoguerra.

La violenza dell’occupazione italiana in Slovenia — deportazioni, campi di concentramento, incendi di villaggi, italianizzazione forzata — non può essere attribuita a D’Annunzio. Ma il suo immaginario contribuì a creare il terreno culturale che rese possibile la sua giustificazione. La retorica della frontiera come destino, della comunità guerriera, della violenza come purificazione, fu interiorizzata dal fascismo e trasformata in politica. La circolare 3C del generale Mario Roatta, del 23 luglio 1942, è uno dei documenti più duri della guerra italiana nei Balcani: «Si bruci, si distrugga, si deporti». La logica che la sostiene — la violenza come strumento di controllo e rigenerazione — appartiene alla cultura politica fascista, che aveva assorbito e radicalizzato l’estetica dannunziana.

Lo storico Jože Pirjevec ha scritto: «La violenza fascista sul confine orientale fu anche il prodotto di un immaginario che precedeva il fascismo». È una frase che sintetizza la continuità tra il nazionalismo post‑1918, l’impresa di Fiume e la politica adriatica del regime. D’Annunzio non fu responsabile delle deportazioni in Slovenia, ma contribuì a costruire la narrazione che rese possibile la loro legittimazione. La sua figura rappresenta il punto di incontro tra la memoria della Grande Guerra, la frustrazione della vittoria mutilata e la politica espansionistica del fascismo.

Comprendere il ruolo culturale di D’Annunzio significa comprendere la lunga durata che porta dall’estetica della guerra alla violenza dell’occupazione. Significa riconoscere che la storia non è fatta solo di decisioni politiche, ma anche di simboli, parole, miti. E che questi miti, quando vengono trasformati in politica, possono avere conseguenze concrete sulla vita delle popolazioni. Nel caso della Slovenia, quelle conseguenze furono deportazioni, repressione, campi di internamento, incendi di villaggi. La responsabilità di D’Annunzio non è quella dell’azione, ma quella dell’immaginario: un immaginario che contribuì a preparare il terreno culturale su cui il fascismo costruì la sua violenza.

Francesco Bianchi

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