Tra il 21 e il 29 maggio 1937, nel pieno della repressione seguita all’attentato contro il viceré Rodolfo Graziani, le truppe coloniali italiane al comando del generale Pietro Maletti circondarono il grande complesso monastico di Debre Libanos, il più importante centro spirituale della Chiesa ortodossa etiopica. L’ordine era chiaro: colpire il clero, accusato — senza prove — di aver favorito gli attentatori.
Il monastero, fondato nel XIII secolo da Tekle Haymanot, era in quei giorni affollato di monaci, diaconi e pellegrini giunti per la festa dell’Arcangelo Mikael. La repressione fu totale: centinaia di religiosi vennero radunati, fucilati e gettati nelle gole circostanti. Le cifre ufficiali italiane parlarono di 449 morti, ma gli studi successivi — e in particolare il lavoro di Campbell — hanno dimostrato che le vittime furono tra 1.800 e 2.200, rendendo Debre Libanos la più grande strage di cristiani mai compiuta dall’Italia.

Il libro di Ian Campbell, The Massacre of Debre Libanos (2014), è il punto di svolta storiografico. Basato su documenti inediti, testimonianze dirette e archivi etiopici, ricostruisce non solo la dinamica della strage, ma anche la sua pianificazione politica. Campbell mostra come Graziani avesse deciso l’attacco mesi prima, convinto che la Chiesa copta fosse il cuore della resistenza etiope. Nel suo telegramma segreto a Roma, il viceré comunicò l’uccisione di “297 monaci”, pur sapendo che il numero reale era molto più alto.
La marcia verso Debre Libanos fu essa stessa un atto di devastazione: 115.422 tucul incendiati, tre chiese distrutte, oltre 2.500 civili uccisi lungo il percorso, secondo i rapporti militari italiani. Era una guerra contro la popolazione, non contro un esercito.
Il massacro non risparmiò nessuno: tra le vittime vi fu anche il vescovo Abuna Petros, ricordato da Campbell come uno dei primi martiri cristiani dell’occupazione fascista. Il professore lo definisce “il massacro più disumano dell’intera occupazione”, ricordando come alcuni monaci furono addirittura scuoiati vivi.
Debre Libanos non è solo una strage: è un trauma nazionale. Per l’Etiopia, quel monastero rappresenta ciò che Montecassino rappresenta per l’Italia: un luogo identitario, un simbolo di continuità spirituale. Colpirlo significò colpire l’anima del Paese.
Eppure, in Italia, Debre Libanos è rimasto a lungo un nome sussurrato. Nessun processo, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna scusa ufficiale. Una rimozione che pesa ancora oggi.
Campbell lo ha detto con parole che dovrebbero essere scolpite nella nostra memoria civile: “Tenere viva la memoria, non abbassare la guardia.”
Raccontare Debre Libanos significa restituire dignità alle vittime, ma anche riconoscere che la storia coloniale italiana non è un capitolo minore: è una ferita aperta. E solo guardandola senza filtri possiamo davvero comprenderla.

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