Dopo Dogali, l’Italia comprese che non poteva più limitarsi a presidiare poche posizioni costiere: se voleva restare nel Corno d’Africa, doveva espandersi, consolidare, stringere alleanze e costruire un sistema di controllo che non dipendesse solo dalle armi italiane. Fu così che prese forma una politica di collaborazione con i capi locali, soprattutto tra gli afar, i sahò, i bileni, i tigrini e alcune comunità kunama, gruppi numericamente variabili – da poche centinaia a migliaia di uomini mobilitabili – che venivano impiegati come ascari, guide, esploratori, milizie irregolari. Gli italiani offrivano armi, stipendi, protezione e riconoscimento politico; in cambio ottenevano controllo del territorio, informazioni, presidio dei valichi e delle piste carovaniere. Gli ascari, arruolati tra i giovani delle comunità locali, divennero la struttura portante dell’esercito coloniale: senza di loro, l’Italia non avrebbe potuto avanzare nell’interno. Ma questa alleanza non era paritaria: era un rapporto gerarchico, costruito su una promessa di modernità che l’Italia offriva dall’alto verso il basso. E proprio in questa asimmetria si intravede già un primo nucleo di razzismo coloniale, ancora lontano dalle forme brutali del fascismo, ma già presente come mentalità. Nei resoconti militari e nei giornali italiani degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento compaiono infatti espressioni che classificano le popolazioni locali come “razze guerriere”, “tribù fedeli”, “popoli primitivi”, “genti da civilizzare”. È un razzismo paternalista, non ancora biologico, ma già funzionale al dominio: gli africani sono utili, indispensabili persino, ma sempre subordinati. Gli ascari vengono celebrati come “valorosi”, ma mai come uguali; vengono premiati, ma mai integrati; vengono armati, ma sempre sotto comando italiano. È un rapporto ambiguo, oscillante tra cooperazione e dominio, tra rispetto tattico e disprezzo culturale.

In questo quadro, mentre l’Italia costruiva alleanze e consolidava la propria presenza, iniziò anche a conquistare territori in modo sistematico. Prima di tutto Massaua, già occupata nel 1885, divenne la base logistica e politica dell’espansione. Da lì, gli italiani avanzarono verso l’interno, occupando Saati, Uaà, Zula, Moncullo, e soprattutto la regione del Mareb Mellash, che sarebbe diventata il cuore della futura colonia eritrea. Tra il 1889 e il 1890, grazie anche al trattato di Uccialli, l’Italia ottenne il controllo di Asmara, che divenne rapidamente il centro amministrativo della presenza italiana. A seguire, vennero occupate Keren, Adi Ugri, Adi Quala, Halai, Saganeiti, Acrur, territori strategici per il controllo delle alture e delle vie carovaniere. Nel 1890, con un atto formale, l’Italia proclamò la nascita della Colonia Eritrea, sancendo la trasformazione di un insieme di presidi militari in un vero e proprio territorio coloniale. Queste conquiste non furono solo militari: furono politiche, simboliche, identitarie. Ogni nuova località occupata veniva presentata come un passo verso il riscatto dopo Dogali, come una dimostrazione che l’Italia non era stata sconfitta, ma solo provocata. La memoria della disfatta veniva trasformata in carburante per l’espansione.

Dogali 1887: la disfatta che incendia l’impero italiano

In questo contesto, la figura di Ras Alula Engida continuava a rappresentare l’antitesi perfetta del progetto italiano. Mentre gli italiani cercavano alleati tra i capi locali, Alula incarnava un potere africano autonomo, radicato, capace di governare e combattere senza bisogno di tutela europea. Le sue vittorie precedenti – contro gli egiziani, contro le spedizioni europee, contro i signori ribelli – lo avevano reso un simbolo di sovranità indigena. Per questo, agli occhi italiani, Alula non era solo un nemico militare: era un ostacolo ideologico. Dimostrava che l’Africa poteva governarsi da sola, che non aveva bisogno di essere “civilizzata”, che poteva vincere. E questa consapevolezza alimentò, paradossalmente, un irrigidimento del discorso coloniale italiano: più forte era la resistenza africana, più forte diventava la retorica della “missione civilizzatrice”, che altro non era se non una forma embrionale di razzismo giustificato come progresso.

Tra Dogali e la metà del decennio successivo, l’Italia costruì dunque un doppio binario: da un lato alleanze locali indispensabili per consolidare la presenza militare, dall’altro una crescente ideologia di superiorità culturale che preparava il terreno a ciò che sarebbe venuto dopo. E mentre l’Italia rafforzava le sue posizioni, ampliava le basi, arruolava ascari e costruiva strade militari, il trauma di Dogali continuava a bruciare. Non era stato dimenticato: era stato trasformato in programma politico. E quel programma avrebbe portato l’Italia verso il prossimo grande capitolo della sua storia coloniale.

Francesco Bianchi

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