Il revanscismo nasce sempre da un trauma, da una ferita che non riguarda solo il campo di battaglia ma l’immaginario collettivo. È la memoria di un’umiliazione a generare la volontà di rivalsa, la spinta a riscrivere la storia con un gesto di forza che cancelli lo smacco subito. Per l’Italia liberale, giovane e ansiosa di riconoscimento internazionale, la prima grande ferita coloniale fu Dogali.

Il 26 gennaio 1887, nei pressi dell’odierna Eritrea, un contingente italiano di 548 uomini guidati dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis venne annientato dalle forze etiopiche di Ras Alula Engida. Lo scontro, nato dal tentativo italiano di soccorrere il presidio di Saati, si trasformò in un massacro: 431 morti e 60 feriti, contro un esercito etiope che le fonti stimano intorno ai 15.000 uomini. La sproporzione delle forze non fu solo numerica: fu culturale, politica, strategica.
Dogali 1887: la sconfitta che ha cambiato l’Italia
Ras Alula non era un capo improvvisato, ma uno dei più grandi comandanti africani dell’Ottocento, definito da alcuni diplomatici europei “il Garibaldi d’Abissinia” per la sua capacità di unire carisma, disciplina e visione politica. Governatore del Mareb Mellash, Alula era un ras atipico: austero, profondamente radicato nella tradizione tigrina, rispettato dalla sua gente per la capacità di garantire ordine, giustizia e protezione in un territorio di frontiera. Le comunità sotto il suo controllo vivevano in un equilibrio complesso, fatto di agricoltura di sussistenza, reti di clan, mobilitazione militare costante e un forte senso di appartenenza territoriale. Militarmente, Alula era un stratega formidabile: conosceva il terreno, sapeva muovere rapidamente grandi masse di uomini, aveva esperienza di guerre vittoriose contro egiziani, sudanesi e signori locali ribelli. La sua vittoria su Werner Munzinger nel 1875 e la sua resistenza contro le incursioni egiziane lo avevano reso una leggenda vivente. Quando gli italiani arrivarono, Alula non vide un’opportunità diplomatica, ma una minaccia diretta alla sovranità del suo territorio. Dogali fu dunque l’esito di un incontro-scontro tra un progetto coloniale improvvisato e un sistema politico-militare radicato e consapevole.
La notizia dell’eccidio esplose in Italia come un terremoto. La stampa parlò di “martirio”, di “gioventù sacrificata”, di “onore nazionale calpestato”. Il governo Depretis cadde, travolto dalle accuse di impreparazione e dilettantismo. Ma la conseguenza più significativa fu un’altra: le responsabilità sull’Eritrea passarono dal Ministero degli Esteri a quello della Guerra. Non fu un dettaglio amministrativo, ma un segnale politico preciso. L’Italia decise che la sua presenza nel Corno d’Africa non sarebbe stata più una questione diplomatica, ma una questione militare. La colonizzazione venne reinterpretata come un’operazione di forza, un terreno in cui riscattare l’onore ferito. Dogali, invece di frenare l’espansione, la accelerò. La sconfitta divenne mito, e il mito divenne carburante per il revanscismo.

La retorica pubblica trasformò i caduti in simboli di una missione incompiuta, alimentando un immaginario di sacrificio e rivalsa che avrebbe accompagnato l’Italia fino ad Adua e oltre. La storiografia più recente sottolinea come Dogali rappresenti l’inizio di una lunga catena di traumi coloniali: la ferita del 1887 preparò il terreno per la ferita del 1896, e insieme contribuirono a costruire un nazionalismo sempre più aggressivo, che nel Novecento avrebbe trovato nel fascismo la sua forma più radicale.
Dogali non fu solo una battaglia perduta: fu un punto di svolta. Mostrò la fragilità dell’Italia liberale, la superficialità del suo progetto coloniale, la distanza tra ambizioni e capacità. Ma mostrò anche la forza, la complessità e la legittimità politica dei poteri locali, incarnati da figure come Ras Alula Engida, che la propaganda italiana avrebbe poi ridotto a semplice “nemico”. In realtà, Alula fu uno dei protagonisti più lucidi e moderni dell’Africa ottocentesca, capace di comprendere prima degli europei che la partita coloniale non si giocava solo con le armi, ma con la capacità di difendere un’identità politica e territoriale.
Oggi Dogali resta una lente attraverso cui leggere l’Italia: un Paese che, di fronte alla sconfitta, scelse la rivincita invece della riflessione. Un Paese che trasformò un trauma in un programma politico. Un Paese che, nel tentativo di cancellare un’umiliazione, finì per costruire un impero fragile, destinato a crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.


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