Nell’Etiopia pre‑1935 la propaganda fascista costruì un immaginario aggressivo e martellante, fondato su tre pilastri: la revanche di Adua, la rappresentazione distorta degli etiopi e la narrazione di Mussolini come guida inevitabile della “missione imperiale”.

Dopo la conquista della Libia, il regime aveva bisogno di un nuovo orizzonte coloniale e l’Etiopia divenne il bersaglio perfetto: l’unico Stato africano indipendente, simbolo della sconfitta del 1896, un luogo che la propaganda definiva “arretrato” per giustificare l’aggressione. Mussolini stesso, in un discorso del 1934, dichiarò: «L’Italia ha un conto aperto con l’Etiopia», frase che divenne uno slogan implicito della stampa fascista. La revanche era un motore politico: Adua veniva evocata come ferita nazionale da sanare, come umiliazione da cancellare, come “debito di sangue” da riscattare. I giornali del regime, da Il Popolo d’Italia alla Gazzetta del Popolo, ripetevano ossessivamente che l’Etiopia era “un impero solo di nome”, “un mosaico di tribù”, “un Paese senza Stato”, ignorando deliberatamente le riforme di Hailé Selassié e la modernizzazione in corso.

Etiopia 1935 e La Propaganda Spietata

La propaganda visiva fu altrettanto violenta: manifesti che rappresentavano soldati italiani giganteschi e luminosi contrapposti a figure etiopi minuscole, scure, stilizzate; illustrazioni che raffiguravano l’Etiopia come una terra vuota, da “bonificare”; copertine dell’Istituto Luce che mostravano mappe dell’Africa con l’Etiopia colorata di nero e l’Italia in bianco, come se la “luce della civiltà” dovesse scendere dall’alto. Un esempio ricorrente era il manifesto in cui un soldato italiano, in posa eroica, piantava la bandiera tricolore su un altopiano stilizzato mentre figure etiopi, ridotte a silhouettes indistinte, fuggivano ai margini: un’immagine che condensava l’intero immaginario coloniale. I gerarchi fascisti alimentarono questa narrazione con zelo. De Bono, governatore della Tripolitania e poi comandante in Africa Orientale, parlava dell’Etiopia come di “un vuoto da riempire”.

Graziani, futuro viceré, sosteneva che “la civiltà italiana deve imporsi con la forza necessaria”. Bottai, più colto e ambiguo, descriveva l’impresa come “una necessità storica”, mentre Farinacci invocava apertamente la vendetta per Adua. Mussolini orchestrava tutto dall’alto, alternando toni minacciosi e paternalistici: «Noi porteremo ordine dove c’è disordine, legge dove c’è arbitrio, lavoro dove c’è inerzia», disse nel 1935, costruendo l’idea che l’Italia avesse un diritto morale all’invasione. La propaganda cinematografica dell’Istituto Luce mostrava l’Etiopia come un luogo immobile, privo di strade, scuole, ospedali, contrapponendolo alle immagini scintillanti delle opere pubbliche italiane in Libia: un montaggio studiato per suggerire che l’Italia fosse già una potenza civilizzatrice e che l’Etiopia fosse il passo successivo. Anche i libri scolastici parteciparono alla costruzione del nemico: mappe semplificate, illustrazioni infantili che rappresentavano gli etiopi come figure indistinte, testi che parlavano di “tribù bellicose” e “popolazioni incapaci di progresso”.

Etiopia 1935 e La Propaganda Spietata

Etiopia 1935 e la propaganda spietata

Tutto serviva a un unico scopo: rendere inevitabile la guerra. Come scrisse lo storico Angelo Del Boca, «la propaganda fascista non preparò solo un conflitto: preparò una mentalità». E fu proprio questa mentalità, costruita negli anni tra la Libia e il 1935, a rendere possibile l’aggressione all’Etiopia, presentata non come un atto di violenza, ma come un destino nazionale.

Francesco Bianchi

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