L’uso dei gas in Etiopia non è un dettaglio della storia coloniale italiana: è il suo cuore più oscuro, la prova documentata che la guerra d’Etiopia del 1935‑36 fu condotta come una guerra totale, violando apertamente le convenzioni internazionali e colpendo deliberatamente civili, raccolti, corsi d’acqua. È un capitolo che la propaganda fascista nascose, che la Repubblica ignorò per decenni e che la storiografia — da Angelo Del Boca a Ian Campbell, da Giorgio Rochat a Richard Pankhurst — ha riportato alla luce con una chiarezza che non lascia scampo.
“Il gas è stato usato in modo massiccio e continuato”, scriveva Del Boca, e non era un’opinione: era un dato confermato da telegrammi, rapporti militari, testimonianze della Croce Rossa, fotografie e diari dei piloti italiani.
L’Italia fascista utilizzò iprite, fosgene e arsine in almeno 350 attacchi chimici tra il dicembre 1935 e il marzo 1936, su ordine diretto di Mussolini che, in un telegramma del 27 dicembre 1935, autorizzò Badoglio all’“impiego di qualsiasi mezzo, anche gas”. Gli attacchi erano pianificati e colpivano tutto: colonne di soldati etiopi, villaggi e mercati, ospedali da campo come quello della Croce Rossa a Dolo, fiumi e pozzi per impedire la sopravvivenza.

Badoglio, in un rapporto del gennaio 1936, annotò che “l’iprite ha dato ottimi risultati”, un linguaggio che rivela la disumanizzazione totale del nemico. Le testimonianze dei medici etiopi e dei volontari della Croce Rossa sono tra le più strazianti: il medico svedese Fride Hylander raccontò che “la pelle si staccava come carta bagnata”, mentre molti morivano dopo giorni di agonia o rimanevano ciechi.
Gli storici concordano che l’uso dei gas non fu un incidente né una risposta disperata, ma una strategia deliberata per piegare la resistenza etiope: Giorgio Rochat lo definì “l’arma decisiva della campagna d’Etiopia”, perché colpiva i civili, distruggeva i raccolti e impediva ai combattenti di trovare rifugio. Dopo la guerra, nessun generale italiano fu processato per l’uso dei gas e l’Italia negò per decenni, sostenendo che si trattasse di fumogeni o episodi isolati; solo negli anni Sessanta, grazie alle ricerche di Del Boca, la verità iniziò a emergere, anche se la piena consapevolezza pubblica è ancora lontana. L’uso dei gas in Etiopia non è solo un crimine di guerra: è un trauma rimosso, la prova che il colonialismo italiano non fu “mite” né “diverso”, ma violento, razzista e sistematico, e che la rimozione di questa violenza ha modellato per decenni l’immaginario nazionale.
Raccontare questa storia significa restituire dignità alle vittime e verità all’Italia, riconoscendo che la memoria non è un esercizio accademico ma un atto civile, e che solo guardando in faccia l’iprite del passato possiamo sperare di non respirarne più l’odore nel presente.


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