Il 27 gennaio 2026 si avvicina e con esso il Giorno della Memoria, istituito per ricordare la Shoah e le vittime dello sterminio nazista. Quest’anno la ricorrenza si colloca in un contesto mondiale segnato da conflitti che scuotono la coscienza collettiva: dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, fino ad altre guerre meno raccontate ma ugualmente devastanti. È inevitabile che il ricordo del passato si intrecci con le immagini del presente, perché la memoria non è un rito da celebrare, ma un monito che ci obbliga a guardare le tragedie di oggi con la stessa lucidità con cui ricordiamo quelle di ieri.
La Shoah resta un evento unico e irripetibile nella sua sistematicità, ma il suo insegnamento è universale: mai più persecuzioni, mai più indifferenza. Eppure, mentre nelle scuole si preparano letture e cerimonie, il mondo continua a conoscere bombardamenti, profughi, civili innocenti colpiti.
La domanda che si impone è dura e necessaria: che senso ha commemorare se non siamo capaci di riconoscere e denunciare le ingiustizie che si consumano davanti ai nostri occhi?
Il Giorno della Memoria 2026 sarà dunque un banco di prova per la coscienza collettiva. Non basta deporre corone o leggere nomi: occorre trasformare il ricordo in responsabilità, la memoria in impegno. Perché ricordare Auschwitz significa anche non voltarsi dall’altra parte di fronte a Kiev, a Gaza, o a ogni luogo dove la dignità umana viene calpestata.
La sfida riguarda tutti: istituzioni, scuole, cittadini. La memoria non è un museo, ma una lente critica, da consegnare alle nuove generazioni, con cui guardare il presente. Se sapremo farne uno strumento di coscienza, il Giorno della Memoria 2026 non sarà soltanto un anniversario: diventerà un appello universale a non dimenticare, a non tacere, a non ripetere.
Perché la memoria, se vuole essere viva, deve avere il coraggio di illuminare anche le ombre del nostro tempo.




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