La presenza italiana in Croazia, tra il 1918 e il 1943, ha lasciato un’eredità complessa, stratificata, ancora oggi percepibile nella memoria delle comunità locali, nella toponomastica, nelle tensioni identitarie e nelle storie individuali degli esuli fiumani. L’Adriatico orientale fu uno dei luoghi dove il nazionalismo italiano, la politica di italianizzazione e la repressione fascista produssero effetti profondi, che la Croazia contemporanea porta ancora inscritti nei nomi delle città, nelle minoranze linguistiche e nelle vicende delle famiglie che vissero l’esodo del dopoguerra. La storia di Fiume, oggi Rijeka, è emblematica: città contesa, occupata, italianizzata, poi nuovamente trasformata dopo il 1945. La comunità italiana fiumana, che nel 1940 contava circa 28.000 persone, oggi è ridotta a poco più di 2.000 membri, secondo i dati dell’Unione Italiana. Molti di loro sono anziani, ultimi testimoni di una stagione storica segnata da violenze, esodi, ritorni difficili.

Tra questi, la storia dell’esule fiumano di 94 anni, espulso nel 1946 dalle autorità jugoslave e poi rientrato anni dopo, è rappresentativa di una vicenda collettiva: migliaia di italiani furono costretti a lasciare la città, accusati di collaborazionismo o semplicemente percepiti come ostili al nuovo regime.

Lo storico Raoul Pupo scrive: «L’esodo fiumano fu un processo complesso, dove si intrecciarono paura, vendette, pressioni politiche e la dissoluzione di un mondo». La presenza italiana in Croazia non fu solo amministrativa: fu culturale, linguistica, urbanistica. L’italianizzazione forzata, avviata già negli anni ’20, colpì scuole, associazioni, stampa, toponomastica. Città come Zadar – Zara, Biograd – Zaravecchia, Pula – Pola, Rovinj – Rovigno, Umag – Umago, conservano ancora oggi la doppia denominazione, testimonianza di una stratificazione identitaria che non si è mai dissolta del tutto. La doppia toponomastica non è un residuo folklorico: è un segno della presenza storica italiana e della volontà croata di riconoscere, almeno in parte, la complessità del passato.

Lo storico Giovanni Radossi, dell’Università Popolare di Trieste, ha scritto: «La toponomastica bilingue dell’Istria è la prova che la storia non può essere cancellata, ma solo compresa». L’eredità italiana in Croazia è anche l’eredità della violenza fascista. Tra il 1941 e il 1943, l’Italia occupò la Dalmazia e parte della Croazia con una politica di repressione che colpì la popolazione locale con arresti, deportazioni, incendi di villaggi, campi di concentramento come Campo di Arbe Rab e Campo di Gonars. Lo storico croato Ivo Goldstein scrive: «La Dalmazia visse sotto l’Italia una stagione di violenza che la memoria locale non ha mai dimenticato».

La repressione italiana contribuì a radicalizzare la resistenza croata e slovena, alimentando una spirale di violenza che esplose dopo l’8 settembre 1943, quando il vuoto di potere lasciato dall’esercito italiano generò vendette, regolamenti di conti, arresti di ex funzionari fascisti e collaboratori. La Jugoslavia di Tito, nel dopoguerra, attuò politiche di epurazione che colpirono anche civili italiani, percepiti come compromessi con il regime precedente. L’esodo giuliano‑dalmata, che coinvolse circa 250.000 persone, fu uno degli effetti più duraturi della dissoluzione del mondo adriatico italiano. La comunità italiana in Croazia, oggi riconosciuta come minoranza nazionale, è ridotta ma ancora attiva: circa 17.000 persone secondo il censimento croato del 2021, concentrate soprattutto in Istria e nel Quarnaro. Le scuole italiane, le associazioni culturali, le pubblicazioni bilingue rappresentano gli ultimi presidi di una presenza che, pur ridotta, non è scomparsa.

La doppia toponomastica, le comunità italiane, le memorie degli esuli, le tracce urbanistiche dell’epoca italiana, le tensioni identitarie ancora percepibili in alcune zone della Dalmazia, sono gli effetti latenti di un dominio che ha lasciato segni profondi. Comprendere questa eredità significa riconoscere la complessità della storia adriatica: una storia di convivenze, conflitti, repressioni, esodi, ritorni, identità plurime. Una storia che non può essere semplificata, ma deve essere ricostruita con rigore, responsabilità e rispetto per tutte le comunità coinvolte.

Francesco Bianchi

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