L’8 settembre 1943, con l’annuncio dell’armistizio, il fronte orientale italiano collassò in poche ore. La Provincia di Lubiana, già segnata da due anni di repressione, si trovò improvvisamente senza comando, senza ordini, senza continuità amministrativa. Il vuoto di potere generato dalla dissoluzione dell’esercito italiano aprì la strada a una fase di violenze, vendette e regolamenti di conti che colpirono soprattutto i reparti italiani rimasti isolati, le strutture amministrative del fascismo e le comunità percepite come collaborazioniste.

La dissoluzione non fu un processo ordinato: fu una frattura improvvisa. Le testimonianze raccolte negli archivi sloveni e italiani descrivono un clima di smarrimento totale. Il colonnello Giovanni Esposito, comandante di un presidio nella zona di Grosuplje, annotò nel suo diario il 9 settembre: «Non abbiamo ordini. Non sappiamo chi sia il nemico. Non sappiamo chi sia l’alleato». È una frase che sintetizza la confusione di quelle ore.

La Prefettura di Lubiana, guidata fino a poche settimane prima da Emilio Grazioli, cessò di funzionare nel giro di una notte. Gli uffici furono abbandonati, i registri lasciati sulle scrivanie, i telefoni muti. Un documento poco noto, conservato nell’Archivio di Stato di Lubiana, riporta che il 10 settembre «solo tre impiegati italiani si presentarono al lavoro». Il resto era fuggito o nascosto.

Molti reparti militari si dissolsero senza combattere. Il battaglione “Vicenza”, di stanza a Škofja Loka, si disperse tra il 9 e il 10 settembre: una parte tentò di raggiungere Trieste, un’altra si consegnò ai partigiani, altri ancora si nascosero nelle campagne. Le testimonianze raccolte negli anni ’50 riportano che alcuni soldati, privi di ordini, vagarono per giorni senza sapere dove dirigersi.

Un caso dimenticato riguarda la guarnigione italiana di Kočevje, che il 9 settembre abbandonò la caserma lasciando armi, munizioni e documenti. I partigiani entrarono nella struttura poche ore dopo, trovando ancora accesi i fornelli della cucina militare. È un episodio che mostra la rapidità del collasso.

Il vuoto di potere aprì la strada a vendette contro funzionari, militi e collaboratori del regime. Non si trattò di episodi isolati: fu una reazione diffusa, alimentata da due anni di repressione italiana.

Un caso poco noto riguarda l’uccisione del podestà di Ribnica, Antonio Moreschi, catturato dai partigiani il 12 settembre. Le carte slovene riportano che fu processato sommariamente e giustiziato. Moreschi era considerato uno dei principali responsabili delle requisizioni nel distretto.

Un altro episodio dimenticato riguarda la sorte di Giuseppe Cattaneo, funzionario della Prefettura di Lubiana, catturato il 10 settembre mentre tentava di fuggire verso Postumia. Le testimonianze riportano che fu giustiziato dopo un interrogatorio di poche ore. Cattaneo era noto per aver coordinato la chiusura di diverse scuole slovene nel 1942.

Le vendette non colpirono solo funzionari: anche civili percepiti come collaborazionisti furono oggetto di violenze. A Ig, il 13 settembre, tre famiglie furono costrette ad abbandonare le case e a lasciare il villaggio. Le carte slovene riportano che erano sospettate di aver fornito informazioni ai reparti italiani nei mesi precedenti.

Molti reparti italiani furono attaccati mentre tentavano di raggiungere la costa o le zone controllate dai tedeschi. Non si trattò solo di scontri: in diversi casi furono episodi di violenza contro soldati disarmati o in fuga.

Un episodio poco noto riguarda l’attacco al convoglio italiano presso Ortnek, il 10 settembre. Il convoglio, composto da circa 80 soldati, fu circondato da unità partigiane. Le testimonianze riportano che alcuni soldati furono uccisi dopo essersi arresi. Il rapporto partigiano annota: «La colonna è stata dispersa. Alcuni elementi sono stati eliminati». È uno dei casi più controversi della dissoluzione del fronte.

Un altro caso dimenticato riguarda la colonna italiana che tentava di raggiungere Vrhnika. Il 12 settembre, un gruppo di soldati fu catturato e costretto a marciare per ore senza acqua. Due morirono durante la marcia. Le testimonianze riportano che erano stati identificati come membri di reparti coinvolti in operazioni di rastrellamento.

La dissoluzione del fronte italiano aprì la strada all’occupazione tedesca. La Wehrmacht entrò a Lubiana il 12 settembre, trovando una città senza autorità. I tedeschi ristabilirono rapidamente il controllo, arrestando funzionari italiani, requisendo armi e imponendo nuove misure di sicurezza.

Un documento poco noto, conservato nell’Archivio Federale Tedesco, riporta che il comando tedesco considerava la Provincia di Lubiana «zona di massima priorità» per la repressione antipartigiana. La violenza tedesca fu immediata: arresti, fucilazioni, deportazioni. La popolazione slovena passò dalla repressione italiana a quella tedesca senza soluzione di continuità.

La dissoluzione del fronte orientale dopo l’8 settembre fu una frattura improvvisa che trasformò la Provincia di Lubiana in un territorio senza autorità, senza ordini, senza protezione. Il vuoto di potere generò vendette, violenze, regolamenti di conti. I reparti italiani, privi di comando, furono travolti dagli eventi. La popolazione slovena, dopo due anni di repressione fascista, visse giorni di caos che segnarono profondamente la memoria collettiva.

Francesco Bianchi

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