La guerra d’Etiopia del 1935‑36 è uno dei capitoli più oscuri della storia italiana, e allo stesso tempo uno dei meno affrontati nella memoria pubblica. Fu presentata come una “missione civilizzatrice”, ma fu in realtà una guerra coloniale condotta con mezzi proibiti, violenze sistematiche e una propaganda che trasformò l’aggressione in epopea nazionale.
Angelo Del Boca, il primo storico italiano ad aver ricostruito senza reticenze quella vicenda, scrisse: “L’Italia ha faticato a riconoscere i propri crimini in Africa. Ma la storia non si cancella con il silenzio.” La guerra d’Etiopia non fu un episodio isolato: fu il punto di arrivo di un progetto imperiale che il fascismo trasformò in ossessione politica.

L’invasione iniziò il 3 ottobre 1935, con l’attacco simultaneo dall’Eritrea e dalla Somalia. L’Etiopia era uno degli ultimi Stati africani indipendenti, membro della Società delle Nazioni. L’Italia violò apertamente il diritto internazionale, ma la comunità internazionale reagì con sanzioni deboli e tardive. La propaganda fascista costruì un immaginario potente: un popolo “arretrato” da civilizzare, un territorio “vuoto” da modernizzare, un impero da conquistare per dare all’Italia il posto che “meritava”. Ma dietro quella retorica si nascondeva una guerra brutale.
Uno degli aspetti meno conosciuti è l’uso sistematico dei gas chimici. L’aviazione italiana sganciò iprite, fosgene e arsine su truppe etiopi, villaggi, corsi d’acqua, campi coltivati. Del Boca lo documentò con precisione: “I gas furono usati in modo massiccio e continuato. Non fu un incidente, fu una strategia.”
Le fotografie dei soldati etiopi ustionati, le testimonianze dei medici della Croce Rossa, i rapporti dei diplomatici stranieri confermano una realtà che per decenni l’Italia ha negato. L’iprite non colpiva solo i combattenti: bruciava la pelle dei civili, contaminava i pozzi, rendeva inabitabili intere aree.

Un altro passaggio poco noto riguarda la distruzione sistematica delle infrastrutture etiopi. Le truppe italiane incendiarono raccolti, abbatterono ponti, requisirono bestiame, deportarono intere comunità. La guerra non fu solo militare: fu economica, sociale, ambientale. L’obiettivo era spezzare la resistenza colpendo la popolazione. Le testimonianze raccolte dallo storico Richard Pankhurst parlano di villaggi rasi al suolo, di campi avvelenati, di famiglie costrette a fuggire nel deserto.
Il momento più tragico arrivò nel febbraio 1937, dopo l’attentato al viceré Rodolfo Graziani. La reazione italiana fu una rappresaglia indiscriminata: tre giorni di violenze ad Addis Abeba, con migliaia di civili uccisi. Poi la strage del monastero di Debre Libanos, dove vennero fucilati monaci, diaconi, pellegrini. Le fonti etiopi parlano di oltre 1.500 vittime; i documenti italiani confermano l’ordine diretto di Graziani.
È una delle pagine più nere del colonialismo italiano. Del Boca la definì “una ferita che l’Italia non ha mai voluto guardare”.
La guerra d’Etiopia fu anche un laboratorio di politiche razziali. Prima ancora delle leggi del 1938, il regime introdusse norme che vietavano i matrimoni misti, punivano le relazioni tra italiani e donne etiopi, segregavano gli spazi urbani.

Addis Abeba venne ridisegnata secondo criteri razziali: quartieri separati, scuole separate, trasporti separati. La società coloniale era costruita per essere rigida, gerarchica, impermeabile. La propaganda parlava di “romanità”, ma la realtà era un sistema di apartheid.
Un passaggio poco noto riguarda la resistenza etiope. Non fu un fenomeno marginale: fu un movimento diffuso, capillare, che coinvolse contadini, religiosi, capi locali. I “patrioti” etiopi continuarono a combattere per anni, nonostante la superiorità militare italiana. Le loro testimonianze, raccolte dopo la guerra, raccontano una resistenza fatta di imboscate, fughe nei monti, reti di solidarietà. Raccontano anche la brutalità delle repressioni: impiccagioni pubbliche, deportazioni, punizioni collettive.
La guerra d’Etiopia si concluse formalmente nel maggio 1936, con la proclamazione dell’Impero. Ma la violenza continuò per anni. L’Africa Orientale Italiana fu un territorio governato con la forza, con la paura, con la propaganda.
La caduta dell’Impero nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, lasciò dietro di sé una scia di traumi che ancora oggi attraversano la memoria etiope.



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