La storia coloniale italiana in Libia è una delle pagine più rimosse del nostro Novecento. Inizia nel 1911, con la guerra italo‑turca, quando l’Italia liberale decise di conquistare Tripolitania e Cirenaica per affermarsi come potenza mediterranea. Fu una guerra breve ma feroce, accompagnata da una propaganda che presentava la Libia come una terra “vuota”, pronta a essere civilizzata. In realtà era un territorio abitato, complesso, attraversato da tribù, confraternite religiose, reti commerciali.

L’occupazione italiana incontrò una resistenza immediata, soprattutto in Cirenaica, dove Omar al‑Mukhtar guidò per anni una guerriglia che mise in crisi l’esercito coloniale. Quando il fascismo arrivò al potere, la Libia divenne il laboratorio dell’Italia imperiale.

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Tra il 1929 e il 1933, la riconquista della Cirenaica fu condotta con una brutalità sistematica: deportazioni di massa, campi di concentramento nel deserto, esecuzioni pubbliche, distruzione dei villaggi, confisca delle terre. La repressione colpì decine di migliaia di civili. La retorica dell’Impero mascherava una violenza che non aveva nulla di improvvisato: era un progetto politico, economico e demografico. La Libia doveva diventare una colonia agricola popolata da coloni italiani, e per farlo bisognava svuotare il territorio dalle comunità che lo abitavano.

Negli anni Trenta, con la proclamazione dell’Impero, il regime intensificò la politica di italianizzazione. Le terre migliori vennero assegnate ai coloni, le popolazioni locali furono spinte verso aree marginali, la segregazione divenne norma. La propaganda presentava la Libia come una “quarta sponda” dell’Italia, un’estensione naturale della penisola. Ma dietro quella immagine si nascondeva un sistema di disuguaglianze profonde, costruito sulla sottrazione delle risorse e sulla cancellazione delle identità locali.

È in questo contesto che si colloca una delle vicende più dolorose e meno conosciute: quella dei tredicimila bambini italo‑libici deportati. Erano figli di famiglie che facevano parte della flotta del lavoro fascista, selezionate tra le numerose famiglie di mezzadri della penisola che si trasferirono con la speranza di diventare proprietari terrieri (argomento che ho trattato nel libro “Tigri e colonie”).

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La parabola coloniale italiana in Libia non è un episodio marginale: è un capitolo centrale della nostra storia contemporanea. Racconta come un Paese democratico prima e totalitario poi abbia costruito la propria identità anche attraverso la conquista, la violenza, la rimozione. Racconta come la propaganda abbia trasformato un progetto di dominio in un mito nazionale. Racconta come la memoria, per decenni, abbia preferito tacere.

Oggi, tornare su quella storia significa restituire voce a chi non l’ha avuta. Significa riconoscere che il colonialismo non è un dettaglio, ma una struttura che ha modellato rapporti politici, economici e culturali che ancora oggi influenzano il Mediterraneo. Significa capire che i tredicimila bambini italo‑libici non sono un episodio isolato, ma il simbolo di un sistema che ha cercato di riscrivere le identità attraverso la forza.

La Libia coloniale non è un passato lontano: è una domanda che continua a interrogarci. Chiede cosa siamo disposti a ricordare e cosa preferiamo dimenticare. Chiede quale responsabilità siamo pronti ad assumerci. Chiede, soprattutto, se siamo capaci di guardare la nostra storia senza filtri.

Francesco Bianchi


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