Nel dopoguerra la scuola italiana avrebbe potuto essere il luogo in cui affrontare finalmente il passato coloniale, riconoscere le responsabilità, ricostruire ciò che era stato nascosto dalla propaganda fascista.

Invece accadde il contrario: per decenni, i manuali scolastici raccontarono il colonialismo come un episodio marginale, quasi folkloristico, spesso con toni neutri o addirittura indulgenti.
La rimozione non fu un incidente: fu una scelta culturale.
L’Italia repubblicana aveva bisogno di ricostruire un’identità positiva, e il colonialismo — con le sue violenze, le sue gerarchie razziali, le sue stragi — era un ostacolo ingombrante. Così, la scuola preferì il silenzio.
Nei manuali degli anni Cinquanta e Sessanta, la guerra d’Etiopia veniva descritta come una “campagna militare” condotta per “ragioni economiche” o per “prestigio internazionale”. Nessuna menzione dei gas chimici, dei campi di concentramento in Cirenaica, delle deportazioni, delle esecuzioni sommarie ordinate da Graziani.
L’Africa Orientale Italiana era presentata come un territorio modernizzato dall’Italia, con strade, scuole, ospedali. La violenza coloniale scompariva. Angelo Del Boca denunciò questa rimozione con parole che restano attuali: “Per anni la scuola ha insegnato un colonialismo che non è mai esistito: un colonialismo mite, umano, civilizzatore.” Era un mito rassicurante, costruito per evitare il confronto con la storia reale.

Un passaggio poco noto riguarda il ruolo degli editori scolastici. Molti manuali del dopoguerra furono scritti da autori che avevano lavorato durante il fascismo o che ne condividevano ancora parte del linguaggio. Le stesse immagini utilizzate nei libri — coloni sorridenti, città “nuove”, soldati in posa — provenivano dagli archivi dell’Istituto Luce. La continuità iconografica contribuì a mantenere vivo l’immaginario coloniale.
La scuola non solo non decostruiva la propaganda: la riproduceva.
Negli anni Settanta e Ottanta, con l’arrivo di una nuova generazione di storici — Del Boca, Labanca, Calchi Novati — qualcosa iniziò a cambiare. Le ricerche documentavano in modo incontrovertibile l’uso dei gas, le stragi, le politiche razziali. Ma la scuola recepì questi studi con lentezza. I manuali aggiornarono qualche paragrafo, aggiunsero qualche riga, ma senza modificare la struttura del racconto. Il colonialismo restava un episodio minore, un capitolo breve, spesso relegato a fine unità. La Seconda guerra mondiale occupava pagine intere; il colonialismo poche righe. La sproporzione non era casuale: rifletteva una gerarchia della memoria.
Un altro passaggio poco discusso riguarda la formazione degli insegnanti. Per decenni, i corsi universitari di storia contemporanea dedicarono poco spazio al colonialismo italiano. Molti docenti arrivavano in classe senza strumenti adeguati per affrontare il tema. Il risultato era una trasmissione fragile, incerta, spesso evitata. La scuola non può insegnare ciò che l’università non ha insegnato.
Negli ultimi vent’anni, la situazione è cambiata, ma non abbastanza. Alcuni manuali hanno finalmente inserito sezioni più ampie sul colonialismo, citano Del Boca, raccontano Debre Libanos, parlano delle leggi razziali coloniali. Ma la narrazione resta spesso prudente, talvolta eccessivamente neutra. Le immagini della violenza coloniale sono rare, le testimonianze africane quasi assenti. La scuola italiana continua a raccontare il colonialismo più come un contesto che come un trauma. Più come un episodio che come una struttura.

Eppure, la scuola è il luogo in cui un Paese decide chi vuole essere. Raccontare il colonialismo non significa coltivare sensi di colpa, ma costruire consapevolezza. Significa capire che la storia non è un archivio di date, ma un’eredità che plasma il presente: nei rapporti con il Mediterraneo, nelle migrazioni, nel linguaggio pubblico, nelle immagini che ancora oggi usiamo senza pensarci. Significa riconoscere che la memoria non è un lusso, ma una responsabilità.
La scuola italiana ha iniziato a colmare il vuoto, ma il lavoro è appena cominciato. Perché un Paese che non insegna il proprio passato coloniale non può comprendere il proprio presente. E senza comprensione, non c’è futuro che tenga.


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