La storia italiana tra il 1896 e il 1911 è un percorso tortuoso, fatto di rimozioni, ambizioni frustrate, crisi economiche e un nazionalismo che cresce nell’ombra. È un ventennio in cui l’Italia sembra voler dimenticare Adua senza mai davvero riuscirci. La pace di Addis Abeba del 1896, firmata dopo la disfatta, chiude formalmente la guerra con l’Etiopia, ma apre una stagione di inquietudine politica: l’Italia rinuncia alle pretese del Trattato di Uccialli, riconosce l’indipendenza etiope e si ritira in una posizione difensiva. È una pace necessaria, ma vissuta come umiliazione. Come scrive Angelo Del Boca, “l’Italia uscì da Adua non solo sconfitta, ma ferita nell’immaginario”. E quella ferita diventerà il motore di tutto ciò che accade dopo.

La vendetta dopo Adua: perché l’Italia scelse la guerra di Libia nel 1911

Nei primi anni post‑Adua, i governi italiani adottano una linea prudente: niente nuove avventure, niente espansioni, niente rischi. L’Eritrea viene amministrata con parsimonia, quasi con imbarazzo. La politica estera si concentra sull’Europa, non sull’Africa. Ma sotto questa superficie calma si muove qualcosa: cresce un nazionalismo nuovo, più aggressivo, più ideologico, alimentato da giornali, associazioni patriottiche, circoli militari. È un nazionalismo che non accetta la pace di Addis Abeba come un punto d’arrivo, ma come una parentesi da chiudere. Lo storico Nicola Labanca lo definisce “il nazionalismo della rivincita mancata”, un sentimento che attraversa la borghesia urbana, gli ufficiali, i giovani intellettuali. È qui che nasce l’idea che l’Italia debba “rifarsi”, “dimostrare”, “tornare potenza”.

La vendetta dopo Adua: perché l’Italia scelse la guerra di Libia nel 1911

Nel frattempo, la politica interna cambia. Giolitti, con la sua abilità pragmatica, governa un Paese che cresce economicamente ma resta fragile sul piano simbolico. L’Italia industriale vuole mercati, materie prime, prestigio internazionale. L’Italia militare vuole cancellare l’onta di Adua. L’Italia nazionalista vuole un impero. E intanto le altre potenze europee si spartiscono l’Africa: Francia in Marocco, Gran Bretagna in Egitto e Sudan, Germania in Africa Orientale. L’Italia teme di restare indietro. Come scrive lo storico Christopher Duggan, “la giovane nazione soffriva di un complesso di inferiorità internazionale che cercava di colmare con la politica coloniale”.

È in questo clima che la Libia – allora provincia ottomana, Tripolitania e Cirenaica – diventa improvvisamente interessante. Non per ragioni morali o strategiche, ma per un intreccio di fattori: la debolezza dell’Impero Ottomano, la pressione dei nazionalisti, la propaganda della stampa, gli interessi economici (banche, compagnie minerarie, speculatori). La stampa italiana, guidata dal Corriere della Sera e dalla Tribuna, costruisce un’immagine della Libia come “terra promessa”, “giardino da coltivare”, “colonia facile”. È una narrazione che ricorda da vicino quella che precedette Dogali: ottimismo, superficialità, retorica. Eppure funziona. L’opinione pubblica si scalda. Il Parlamento si divide. I nazionalisti spingono. Giolitti, inizialmente scettico, capisce che la guerra può rafforzare il governo, unire il Paese, deviare l’attenzione dalle tensioni sociali.

Nel 1911, il contesto internazionale offre l’occasione: la crisi marocchina distrae Francia e Germania, la Gran Bretagna non ostacola l’Italia, l’Impero Ottomano appare debole. È il momento perfetto. Il 29 settembre 1911, l’Italia dichiara guerra alla Turchia. È l’inizio della guerra di Libia, presentata come un’operazione rapida, quasi incruenta, “una passeggiata militare”. La stessa illusione che aveva preceduto Adua. Ma questa volta l’Italia non si ferma: Tripoli, Bengasi, Derna, Tobruk vengono occupate. La guerra durerà più del previsto, costerà più del previsto, sarà più violenta del previsto. Ma l’Italia, finalmente, ha la sua “rivincita coloniale”.

La vendetta dopo Adua: perché l’Italia scelse la guerra di Libia nel 1911

Il passaggio dalla pace di Addis Abeba alla guerra di Libia non è un salto improvviso: è un percorso logico dentro la psicologia di un Paese che non ha elaborato il proprio trauma. Adua non è stata compresa, né discussa, né metabolizzata. È stata rimossa. E la rimozione, come sempre, genera ritorni. La Libia è il ritorno di Adua sotto altra forma: non più contro un impero africano forte, ma contro un impero ottomano debole. Non più per espandersi, ma per riscattarsi. Non più per conquistare, ma per dimenticare.

Come scrive Giorgio Rochat, “la guerra di Libia fu la risposta sbagliata a una domanda che l’Italia non aveva mai avuto il coraggio di porsi: perché Adua?”. E forse è proprio qui che si trova il filo che lega 1896 a 1911: un Paese che non elabora il proprio passato è destinato a ripeterlo, in forme diverse, ma con la stessa inquietudine.

Francesco Bianchi

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