La storia del colonialismo italiano in Africa Orientale è una vicenda che attraversa mezzo secolo e che ancora oggi fatica a trovare spazio nella memoria pubblica.
Inizia alla fine dell’Ottocento, quando l’Italia unita cerca nel Corno d’Africa il proprio posto tra le potenze europee. L’acquisizione di Assab nel 1882, la penetrazione in Eritrea, la presenza in Somalia e la disastrosa sconfitta di Adua nel 1896 segnano la prima fase: un colonialismo fragile, costoso, spesso improvvisato.
Ma è con il fascismo che la storia cambia ritmo e intensità.
L’Etiopia diventa l’obiettivo centrale di un progetto imperiale che vuole riscrivere il prestigio internazionale dell’Italia. La guerra del 1935‑36, presentata come una missione civilizzatrice, fu in realtà una campagna condotta con mezzi proibiti e con una violenza sistematica. L’uso dei gas chimici — iprite, fosgene, arsine — è oggi ampiamente documentato. Angelo Del Boca, il primo storico italiano ad aver ricostruito senza reticenze quella vicenda, scrisse: “Gli italiani, in Etiopia, usarono i gas in modo massiccio e continuato. È un fatto. Negarlo significa negare la storia.”

La conquista dell’Etiopia non fu solo un’operazione militare, ma un progetto politico. Nel 1936 nasce l’Africa Orientale Italiana, un territorio immenso che unisce Eritrea, Somalia ed Etiopia sotto un’unica amministrazione. Il regime fascista la presenta come il cuore dell’Impero, la prova che l’Italia è finalmente una potenza. Ma dietro la retorica si nasconde un sistema di dominio fondato su gerarchie razziali, lavoro forzato, confisca delle terre, repressione delle resistenze locali. Le leggi razziali coloniali precedono quelle del 1938: matrimoni misti proibiti, segregazione negli spazi pubblici, scuole separate, divieti di convivenza.
La società coloniale è costruita per essere rigida, verticale, impermeabile.
La repressione in Etiopia raggiunge livelli estremi dopo l’attentato al viceré Rodolfo Graziani nel febbraio 1937. La risposta italiana è una violenza indiscriminata: rastrellamenti, esecuzioni sommarie, incendi di quartieri interi, deportazioni di massa.
Il massacro di Addis Abeba, durato tre giorni, provoca migliaia di vittime civili. La strage del monastero di Debre Libanos, dove vengono uccisi monaci, diaconi e pellegrini, è uno degli episodi più documentati. Del Boca lo definì “uno dei più gravi crimini di guerra compiuti dall’Italia nel Novecento”. Le testimonianze etiopi raccolte negli anni raccontano la stessa scena: soldati che circondano il monastero, religiosi radunati e fucilati, corpi gettati nelle gole. È una memoria che sopravvive nelle famiglie, nei villaggi, nelle liturgie. Una memoria che l’Italia ha riconosciuto solo tardivamente.

In Eritrea e Somalia, il colonialismo assume forme diverse ma non meno invasive. In Eritrea, la presenza italiana è più antica e più radicata: infrastrutture, ferrovie, quartieri urbani, ma anche segregazione, lavoro coatto, sfruttamento agricolo. In Somalia, la colonizzazione si intreccia con la gestione indiretta dei clan, con campagne militari contro le resistenze locali, con la costruzione di un’economia estrattiva che impoverisce il territorio. In tutti i territori dell’Africa Orientale Italiana, la propaganda insiste sulla missione civilizzatrice, ma la realtà è fatta di disuguaglianze strutturali, violenze quotidiane, imposizioni culturali.
La fine dell’Impero arriva nel 1941, con la sconfitta militare contro le truppe britanniche e le forze etiopi. L’Africa Orientale Italiana crolla in pochi mesi, lasciando dietro di sé una scia di traumi, memorie spezzate, comunità divise.
Per decenni, in Italia, quella storia viene rimossa. Del Boca lo denunciò con parole che restano attuali: “Gli italiani si sono costruiti un colonialismo mite, che non è mai esistito.” La rimozione non riguarda solo la violenza, ma anche le responsabilità politiche, economiche e culturali. Le testimonianze africane, invece, non hanno mai smesso di circolare. Raccontano di famiglie separate, di terre confiscate, di punizioni collettive, di scuole negate, di identità cancellate. Raccontano un colonialismo che non fu un incidente, ma un sistema.

Oggi, tornare sulla storia dell’Africa Orientale Italiana significa riconoscere che il colonialismo non è un capitolo chiuso. Ha lasciato tracce nei rapporti tra Italia e Africa, nelle migrazioni, nelle percezioni reciproche, nelle parole che usiamo senza pensarci. Significa ascoltare le voci che per troppo tempo sono rimaste ai margini. Significa accettare che la storia non è un luogo di autoassoluzione, ma un terreno di responsabilità. L’Impero è durato pochi anni, ma le sue conseguenze attraversano ancora il presente. Guardarle in faccia non è un esercizio di colpa: è un atto di maturità civile.


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