Dal momento del rilevamento di Assab da parte del governo Depretis dalla Società di Navigazione Rubattino, cambia la logica delle colonie spostando l’ambizione commerciale nella ricerca di un vero e proprio dominio militare. Assab non basta dunque più alle mire di un paese che si scopre interessato alle colonie d’Africa: è troppo piccola, troppo isolata, troppo povera.

L’Italia vuole un porto vero, un punto d’appoggio che abbia un peso politico e commerciale. L’occasione arriva tra il 1884 e il 1885, quando l’Egitto, formalmente sovrano sulla costa eritrea, è in crisi e il Regno Unito, impegnato nel Sudan mahdista, cerca un alleato minore che possa stabilizzare il Mar Rosso. Londra guarda all’Italia come a un partner utile e poco ingombrante. Così, il 5 febbraio 1885, su decisione del governo Depretis e con l’appoggio britannico, il colonnello Tancredi Saletta sbarca a Massaua. Non c’è una vera battaglia: le truppe egiziane si ritirano e l’Italia prende possesso del porto. È l’inizio del colonialismo militare italiano.

Massaua cambia tutto. Da presidio commerciale si passa a presidio armato. Da un punto sulla carta si passa a un territorio da difendere, amministrare, espandere. L’Italia comincia a spingersi verso l’interno, entrando in conflitto con i capi locali e con l’Impero etiope. È qui che il laboratorio coloniale mostra il suo volto più duro: la logica dell’appoggio commerciale si trasforma rapidamente in logica di occupazione.

Come scriverà più tardi Nicola Labanca, «il colonialismo italiano fu un laboratorio di modernità violenta». E come aveva previsto Felice Cavallotti, «Assab non è che il primo passo di una catena di errori che pagheremo con sangue e denaro». La sua profezia si avvera presto: il 26 gennaio 1887, a Dogali, una colonna italiana di circa 500 uomini viene annientata dalle forze del ras Alula. Oltre 400 soldati italiani muoiono (approfondiremo nel prossimo articolo).

Assab e Massaua non furono solo luoghi geografici: furono il banco di prova di un’idea di nazione. Qui l’Italia sperimentò la trasformazione del commercio in conquista, della presenza economica in dominio politico, della retorica civilizzatrice in violenza militare. Qui si formò la convinzione, destinata a durare decenni, che l’Italia dovesse avere un impero per essere considerata una potenza. Qui nacquero le contraddizioni che esploderanno ad Adua.

Assab e Massaua furono il primo laboratorio coloniale dell’Italia: un laboratorio in cui si mescolarono ambizioni, ingenuità, pressioni internazionali, errori politici e un’idea distorta di modernità. Un laboratorio che avrebbe segnato per sempre la storia italiana e il suo rapporto con l’Africa.

LE 7 VERITA’ NASCOSTE

  1. Assab non fu un atto di Stato, ma un affare privato travestito da politica nazionale — L’Italia entrò nel colonialismo non per decisione strategica, ma perché la Società Rubattino, in difficoltà economiche, spinse il governo a rilevare la baia acquistata da Sapeto nel 1869. Il Parlamento ratificò un’operazione nata per salvare un’impresa privata, non per un disegno geopolitico.
  2. Massaua fu “regalata” all’Italia dagli inglesi — Londra, impegnata nella crisi sudanese, non voleva impegnare truppe sul Mar Rosso. Così spinse l’Italia, potenza minore e manovrabile, a occupare Massaua nel 1885. Senza l’appoggio britannico, l’Italia non avrebbe mai potuto prendere il porto.
  3. L’Italia occupò Massaua senza combattere, ma con un atto di forza — Lo sbarco di Tancredi Saletta avvenne senza scontri perché gli egiziani erano allo sbando, ma fu comunque un atto di occupazione militare: bandiera issata, guarnigione sostituita, dogane prese, porto militarizzato. Non fu “pacifico”: fu “inconteso”.
  4. Il colonialismo italiano nacque come ibrido: commerciale fuori, militare dentro — Assab era un avamposto commerciale; Massaua diventò subito un presidio armato. L’Italia sperimentò un modello ambiguo: commercio come pretesto, esercito come strumento reale. È il DNA di tutto il colonialismo italiano successivo.
  5. La popolazione locale non fu consultata: fu aggirata — Afar, tigrini, commercianti arabi: nessuno fu coinvolto. L’Italia trattò solo con potenze esterne (Egitto, Regno Unito), ignorando completamente le comunità che vivevano sul territorio. È il primo esempio della “politica senza africani” che caratterizzerà l’intero impero.
  6. Ras Alula comprese il pericolo prima degli italiani — Il governatore del Tigrè capì che Massaua era la chiave dell’altopiano e iniziò subito a preparare la risposta: avamposti, informatori, controllo delle vie interne. Dogali non fu un incidente: fu la conseguenza logica della sua strategia difensiva.
  7. Dogali fu scritto a Massaua — La disfatta del 26 gennaio 1887 non nasce nel deserto, ma nelle settimane successive allo sbarco: espansione italiana troppo rapida, sottovalutazione dell’Etiopia, presidi isolati, colonne vulnerabili. Massaua fu il laboratorio, Dogali il risultato.

APPROFONDIMENTO: LA CONQUISTA DI MASSAUA

Lo sbarco italiano a Massaua del 5 febbraio 1885 fu il momento in cui il colonialismo italiano smise di essere un progetto commerciale e divenne un’operazione militare vera e propria. Il governo Depretis, sostenuto da una parte della Sinistra storica e appoggiato diplomaticamente dal Regno Unito, decise di occupare il porto eritreo approfittando del collasso dell’autorità egiziana nella regione e della necessità britannica di stabilizzare il Mar Rosso durante la crisi sudanese.

La spedizione fu affidata al colonnello Tancredi Saletta, ufficiale esperto e già protagonista di operazioni oltremare. Saletta partì dal porto di Aden con un contingente stimato tra 1.500 e 2.000 uomini, composto da fanteria di linea, bersaglieri, artiglieri e reparti del genio, trasportati da una piccola squadra navale italiana che comprendeva cannoniere e piroscafi armati. Le dotazioni erano quelle tipiche delle spedizioni coloniali dell’epoca: fucili Vetterli, alcune mitragliatrici Gardner, artiglieria leggera da sbarco, materiali per allestire un presidio, viveri per alcune settimane e strumenti per la costruzione di fortificazioni provvisorie. L’obiettivo non era combattere, ma occupare rapidamente un porto strategico prima che lo facessero altre potenze europee.

Massaua, all’arrivo degli italiani, era formalmente sotto sovranità egiziana, ma di fatto abbandonata. Il governatore locale, rappresentante del Khedivè, aveva ricevuto ordini di ritirarsi a causa della crisi interna dell’Egitto e della pressione britannica. Il potere effettivo era nelle mani di un’amministrazione egiziana allo sbando, con guarnigioni ridotte e prive di rifornimenti. Non c’era un vero “reggente” locale nel senso europeo del termine: l’autorità era esercitata da funzionari egiziani che, al momento dello sbarco, si limitarono a consegnare la città senza opporre resistenza. Le fonti italiane parlano di una “occupazione pacifica”, ma la dinamica fu più complessa: gli egiziani si ritirarono perché non avevano alternative, mentre le popolazioni locali – tigrine, afar, commercianti arabi – osservarono con diffidenza l’arrivo degli italiani, consapevoli che un nuovo potere stava sostituendo il precedente.

Saletta sbarcò con ordine, issò la bandiera italiana sul forte e prese possesso del porto dichiarandolo “occupato in nome di Sua Maestà il Re d’Italia”. La presa del potere avvenne tramite un atto amministrativo e militare congiunto: proclamazione ufficiale, registrazione degli edifici pubblici, sostituzione della guarnigione egiziana con reparti italiani, controllo del molo e delle dogane. Non ci furono scontri, ma la presenza armata era evidente: pattuglie, posti di guardia, artiglieria puntata verso l’interno. L’Italia non si limitò a occupare il porto: iniziò subito a costruire magazzini, depositi, linee di comunicazione e un embrione di amministrazione coloniale. Come scriverà più tardi un ufficiale italiano, «Massaua non fu presa con la forza, ma fu tenuta con la forza», perché la vera sfida non era lo sbarco, bensì il controllo del territorio circostante.

L’occupazione di Massaua fu il punto di svolta del colonialismo italiano: da Assab, avamposto commerciale, si passò a un porto strategico che richiedeva difesa, espansione e presenza militare stabile. Da quel momento l’Italia entrò in rotta di collisione con l’Impero etiope, che considerava la regione parte della propria sfera d’influenza. Il ras Alula, governatore del Tigrè e uno dei più brillanti comandanti etiopi dell’epoca, interpretò lo sbarco come un atto ostile e iniziò a mobilitare le sue forze. La tensione crebbe rapidamente e culminò due anni dopo nella tragedia di Dogali, , quando una colonna italiana fu annientata proprio mentre cercava di consolidare il controllo su Massaua.

Lo sbarco di Saletta fu dunque un’operazione apparentemente semplice, ma dalle conseguenze enormi: trasformò l’Italia in potenza coloniale, aprì la strada all’espansione verso l’interno, innescò il conflitto con l’Etiopia e segnò l’inizio del colonialismo militare italiano. È il momento in cui l’Italia smette di “osservare” l’Africa e comincia a occuparla, inaugurando un percorso che porterà a decenni di guerre, sconfitte, violenze e rimozioni, e che analizzeremo nelle tappe successive del nostro percorso sulla Storia coloniale italiana.

APPROFONDIMENTO: RAS ALULA e la preparazione di ciò che avverrà a DOGALI

Il ras Alula Engida, governatore del Tigrè e uno dei più grandi comandanti dell’Africa del XIX secolo, fu il vero artefice della risposta etiope all’avanzata italiana dopo l’occupazione di Massaua. Uomo di straordinaria intelligenza militare, cresciuto alla corte di Yohannes IV e temprato da anni di guerre contro egiziani, mahdisti e signori locali, Alula aveva una visione chiara: il controllo della costa eritrea era vitale per la sicurezza dell’altopiano. Per questo considerò lo sbarco italiano del 5 febbraio 1885 non come un episodio marginale, ma come una minaccia diretta alla sovranità etiope. Mentre il governo Depretis presentava l’occupazione come un’operazione pacifica, Alula la interpretò come un atto ostile e iniziò immediatamente a predisporre una risposta.

Alula conosceva il territorio come nessun altro. Sapeva che gli italiani, appena arrivati, erano pochi, inesperti del clima e dipendenti dalle linee di rifornimento costiere. Sapeva anche che Massaua, pur essendo un porto strategico, era vulnerabile: circondata da alture, priva di acqua dolce, esposta alle incursioni dall’interno. Per questo, nei mesi successivi allo sbarco, iniziò a costruire una rete di avamposti e informatori, mobilitando le comunità locali tigrine e afar, che vedevano con sospetto la presenza italiana. Alula non cercò subito lo scontro: preferì osservare, misurare la consistenza delle truppe italiane, capire le loro intenzioni. Ma allo stesso tempo preparò il terreno. Rafforzò le guarnigioni dell’altopiano, consolidò i rapporti con i capi locali fedeli all’impero, fece arrivare armi e viveri nelle zone strategiche e soprattutto studiò le vie di comunicazione tra Massaua e l’interno, consapevole che gli italiani avrebbero tentato di espandersi verso Saati e Moncullo.

Ras Alula rimane una delle figure più complesse e affascinanti della storia africana: un patriota, un stratega, un uomo capace di leggere la geopolitica del suo tempo con lucidità sorprendente. La sua preparazione a Dogali dimostra che l’Etiopia non subì il colonialismo: lo comprese, lo analizzò e lo combatté con intelligenza. E dimostra anche che il colonialismo italiano non fu un’avventura improvvisata, ma un processo che incontrò fin dall’inizio una resistenza organizzata, radicata e politicamente consapevole.

Francesco Bianchi

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