Ci sono parole che non descrivono il mondo: lo costruiscono. E ci sono parole che non si limitano a ferire: continuano a farlo per generazioni. Il linguaggio coloniale appartiene a questa seconda categoria. È un lessico che non si è limitato a nominare l’altro, ma lo ha definito, ridotto, incasellato. E, soprattutto, lo ha reso inferiore.

Per decenni, l’Italia ha coltivato un vocabolario che giustificava l’espansione, la violenza, la sottrazione di terre e di vite. Parole come “civilizzazione”, “pacificazione”, “riconquista”, “indigeni”, “sudditi”, “terre d’oltremare” non erano semplici etichette: erano strumenti di potere. Servivano a rendere accettabile ciò che non lo era, a trasformare l’oppressione in missione, la sopraffazione in dovere nazionale.

Il linguaggio coloniale non è stato un incidente retorico: è stato un progetto. Ha costruito un immaginario in cui l’Italia appariva come una madre benevola e i popoli colonizzati come bambini da guidare. Ha cancellato la violenza dietro un velo di paternalismo. Ha reso invisibili le deportazioni, le punizioni collettive, le famiglie spezzate. Ha trasformato la sofferenza in un dettaglio amministrativo.

Eppure, ciò che sorprende non è tanto la brutalità di quel linguaggio, quanto la sua persistenza. Molte di quelle parole, o delle loro logiche, sopravvivono ancora oggi. Le ritroviamo nei discorsi pubblici, nei media, nelle conversazioni quotidiane. Non più rivolte alle colonie, ma ai migranti, ai “nuovi altri” che arrivano sulle nostre coste o vivono nelle nostre città. Cambiano i contesti, ma non le dinamiche: la semplificazione, la riduzione, la distanza.

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Il linguaggio coloniale non è morto: si è trasformato. E continua a modellare il modo in cui percepiamo chi consideriamo “diverso”. Ogni volta che usiamo parole che infantilizzano, che generalizzano, che riducono identità complesse a categorie rigide, stiamo attingendo – consapevolmente o meno – a quell’eredità.

Per questo è necessario tornare a interrogare quelle parole. Non per un esercizio di moralismo, ma per un atto di lucidità. Perché il linguaggio non è neutro: è un archivio di potere. E se non lo riconosciamo, rischiamo di perpetuare ciò che crediamo di aver superato.

La memoria, in questo senso, non è un gesto commemorativo: è un lavoro quotidiano. Significa riascoltare le parole che abbiamo ereditato, capire da dove vengono, chiedersi chi hanno ferito e chi continuano a ferire. Significa restituire complessità a ciò che è stato semplificato, umanità a ciò che è stato ridotto a categoria.

È esattamente questo il terreno su cui si muove Tigri e colonie. Non racconta solo una storia: smonta un linguaggio. Mostra cosa accade quando le parole diventano strumenti di dominio e cosa significa, oggi, restituire voce a chi è stato nominato senza essere ascoltato. In un’epoca che rischia di ripetere gli stessi meccanismi, ricordare non è un atto nostalgico: è un atto di responsabilità.

Francesco Bianchi


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