Le ultime battaglie dell’Isonzo furono il preludio inevitabile al crollo di Caporetto: un esercito stremato, un comando diviso, un fronte logorato da due anni di offensive senza respiro.

Nell’estate del 1917 l’Italia arrivò all’undicesima battaglia dell’Isonzo con un esercito che aveva già consumato, sul Carso e sull’altopiano della Bainsizza, la parte migliore delle sue energie. Le offensive di maggio e agosto avevano portato qualche successo tattico – soprattutto la conquista della Bainsizza – ma al prezzo di perdite enormi e senza un reale sfondamento strategico. Come ricorda la storiografia più autorevole, da Mario Isnenghi a John Keegan, il fronte isontino era diventato una macchina di logoramento che divorava uomini e risorse senza modificare gli equilibri complessivi del conflitto. Le fonti concordano: l’esercito italiano arrivò all’autunno del 1917 stanco, disarticolato, impreparato a una guerra difensiva, abituato com’era a un ritmo di attacchi continui.

Le ultime battaglie dell’Isonzo furono segnate da un crescente scollamento tra comando e truppe. Il generale Luigi Capello, alla guida della 2ª Armata, continuava a immaginare una grande offensiva risolutiva, mentre Cadorna insisteva su una difesa rigida in attesa dell’inverno. Questa frattura strategica, ben documentata dagli studi più recenti, contribuì a creare un clima di incertezza che si sarebbe rivelato fatale. Nel frattempo, come mostrano le ricerche universitarie più aggiornate, l’Austria‑Ungheria – logorata dalle undici battaglie precedenti – ottenne dall’alleato tedesco rinforzi decisivi: sei divisioni fresche, guidate dal generale Otto von Below, esperte nelle nuove tattiche d’infiltrazione.

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Il quadro interno non era meno fragile. Il fronte interno era attraversato da tensioni crescenti: il papa Benedetto XV aveva definito la guerra «un’inutile strage», mentre i socialisti lanciavano lo slogan «Il prossimo inverno non più in trincea». La stanchezza sociale si rifletteva nelle truppe: 120.000 soldati erano in licenza proprio nei giorni cruciali dell’attacco austro‑tedesco, un dato che testimonia la sottovalutazione del pericolo da parte del Comando Supremo.

Così, quando il 24 ottobre 1917 l’artiglieria austro‑tedesca aprì il fuoco con gas e bombardamenti improvvisi, l’esercito italiano non era in grado di reggere l’urto. Le linee tra Plezzo e Tolmino cedettero in poche ore; le truppe di Badoglio furono travolte a Tolmino; la catena di comando si dissolse rapidamente. La domanda che molti storici si pongono – «Come è potuto accadere?» – trova risposta proprio nelle ultime battaglie dell’Isonzo: un esercito esausto, un comando diviso, un nemico rafforzato e una strategia ormai inadeguata.

La disfatta di Caporetto non fu un fulmine a ciel sereno: fu l’esito logico di un sistema che aveva consumato se stesso. Come scriveva Giulia Albanese in una recente analisi accademica, Caporetto «fa emergere i limiti di un Paese convinto di essere in una posizione di forza, ma già minato nelle sue strutture profonde».

Caporetto non nacque in un giorno: nacque nelle undici battaglie che la precedettero, in quel logoramento lento e inesorabile che trasformò l’Isonzo nel luogo dove l’Italia imparò, nel modo più doloroso, che la guerra moderna non perdona l’illusione.

Francesco Bianchi


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