Nel 1935 l’Italia fascista scatenò contro l’Etiopia una guerra che fu, prima di tutto, una guerra chimica. L’uso massiccio dell’iprite trasformò il conflitto in un laboratorio di violenza proibita, violando apertamente il Protocollo di Ginevra del 1925 che l’Italia stessa aveva firmato. L’iprite non era una novità: era stata usata nella Prima guerra mondiale, a Ypres, causando ustioni profonde, cecità, necrosi dei tessuti, morte lenta per insufficienza respiratoria. Proprio per questi effetti devastanti era stata vietata. Ma nel 1935 Mussolini autorizzò il suo impiego con un telegramma diretto al comando in Africa Orientale: «Autorizzo l’uso di qualsiasi mezzo».
Lo storico Angelo Del Boca ha scritto che «il gas fu l’arma decisiva della campagna d’Etiopia», e Ian Campbell ha documentato come venisse sganciato non solo sulle truppe etiopi, ma su villaggi, mercati, corsi d’acqua, ospedali da campo. L’iprite bruciava la pelle, penetrava nei polmoni, contaminava i pozzi, rendeva inabitabili intere regioni. Le testimonianze dei medici della Croce Rossa parlano di corpi coperti di piaghe giallastre, di pelle che si staccava come carta bagnata, di bambini ciechi, di pastori morti dopo giorni di agonia. L’Italia sapeva perfettamente che stava violando il diritto internazionale: per questo la propaganda negò tutto, definendo i gas “fumogeni” o “mezzi lacrimogeni”, mentre i cinegiornali dell’Istituto Luce mostravano solo colonne italiane ordinate e vittoriose.

Il regime costruì un consenso di massa attorno alla guerra: la stampa parlava di “missione civilizzatrice”, di “vendetta per Adua”, di “imperativo storico”. Mussolini dichiarò nel 1935: «L’Italia ha diritto al suo posto al sole», frase che divenne un mantra nazionale. I gerarchi fascisti si mossero in perfetta sintonia: De Bono presentò la guerra come un’operazione rapida e “umanitaria”, Graziani invocò la “forza necessaria”, Bottai parlò di “destino imperiale”. La propaganda visiva fu altrettanto potente: manifesti che rappresentavano soldati italiani come giganti luminosi e gli etiopi come figure scure e indistinte; illustrazioni che raffiguravano l’Etiopia come una terra vuota da “bonificare”; copertine che mostravano l’Italia come una luce che scendeva sull’Africa. Un esempio ricorrente era il manifesto in cui un aviatore italiano sorvolava un altopiano stilizzato, con la didascalia “La nostra potenza domina l’Impero”: un’immagine che nascondeva la realtà delle bombe chimiche. Il consenso non fu spontaneo: fu costruito. Raccolte di oro per la patria, adunate oceaniche, cinegiornali, libri scolastici, tutto contribuiva a trasformare la guerra in un rito collettivo.
Come scrisse Del Boca, «la guerra d’Etiopia fu il trionfo della propaganda sul vero». E il vero era che l’Italia stava conducendo una guerra proibita, usando armi vietate contro civili, trasformando l’Etiopia in un campo di sperimentazione della violenza moderna. Il 1935 non fu solo l’anno dell’invasione: fu l’anno in cui il fascismo mostrò la sua natura più profonda, quella di un regime capace di mobilitare un intero Paese attorno a un crimine. E in quella miscela di gas, menzogne e consenso di massa si trova la chiave per capire non solo la guerra, ma l’Italia che la rese possibile.
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