Il colonialismo italiano non fu solo un progetto politico e militare: fu un immaginario. Un dispositivo culturale che il fascismo utilizzò per costruire consenso, identità e desiderio.
Il cinema, la letteratura popolare, i fumetti, le riviste illustrate, i romanzi d’avventura: tutto contribuì a creare un’Africa che non esisteva, ma che serviva al regime per raccontare un’Italia forte, moderna, virile. Angelo Del Boca lo ha scritto con lucidità: “Il colonialismo italiano è stato anche un’invenzione letteraria, un sogno costruito per nascondere la realtà.” Quel sogno attraversò il Novecento e sopravvive ancora oggi nei modi in cui l’Italia immagina l’Africa.
Il cinema fu il primo grande laboratorio. I cinegiornali dell’Istituto Luce trasformavano la guerra d’Etiopia in un’avventura epica: soldati che avanzavano nel deserto, coloni che aravano terre “vergini”, città “nuove” che sorgevano dal nulla.

Le immagini erano costruite per cancellare la violenza: nessuna traccia dei gas chimici, delle deportazioni, delle stragi. Solo ordine, modernità, disciplina. Film come Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina raccontavano un’Africa romantica e selvaggia, dove l’italiano portava civiltà e legge.
La trama era semplice: un ufficiale in crisi ritrova se stesso nel deserto, grazie alla missione coloniale. Era un mito virile, un rito di passaggio, un modo per dire che l’Impero rendeva gli italiani migliori. Il pubblico applaudiva, e il regime otteneva ciò che voleva: un immaginario che giustificava la conquista.
La letteratura popolare non fu da meno. I romanzi d’avventura ambientati in Africa — pubblicati da Mondadori, Rizzoli, Sonzogno — costruivano un mondo esotico, femminilizzato, disponibile. Le donne africane erano rappresentate come sensuali e misteriose, gli uomini come primitivi o feroci, i paesaggi come spazi vuoti da riempire.
Era un immaginario che serviva a rafforzare l’idea di superiorità italiana. Molti di questi testi venivano adottati nelle scuole, letti nelle biblioteche popolari, diffusi nelle colonie estive. La propaganda non si limitava a raccontare l’Impero: lo faceva desiderare.
Un passaggio poco noto riguarda i fumetti. Personaggi come Il Grande Blek, Capitan Fortuna o le serie pubblicate su Il Vittorioso e L’Avventuroso proponevano storie ambientate in Africa dove l’italiano era sempre l’eroe, il civilizzatore, il portatore di ordine.

Le popolazioni locali erano comparse, spesso caricaturali. Era un linguaggio semplice, ma potentissimo: parlava ai bambini, agli adolescenti, alle famiglie. Creava un immaginario che precedeva la politica e la rendeva naturale.
La propaganda coloniale influenzò anche la letteratura “alta”. Scrittori come Emilio Salgari — pur non essendo fascista e pur non avendo mai viaggiato in Africa — contribuirono a costruire un immaginario esotico che il regime avrebbe poi sfruttato.
Altri autori, come Arnaldo Cipolla o Mario Appelius, scrissero reportage che mescolavano realtà e propaganda, descrivendo un’Africa “pronta” per l’Italia. La retorica era sempre la stessa: ordine contro caos, modernità contro arretratezza, civiltà contro barbarie. Era una narrazione che serviva a legittimare la violenza coloniale.

Un altro passaggio poco conosciuto riguarda la censura. Il regime controllava rigidamente le rappresentazioni dell’Africa: vietava immagini di violenza, impediva la pubblicazione di testimonianze africane, correggeva i testi scolastici per eliminare ogni riferimento alle repressioni. La propaganda non era solo produzione: era anche cancellazione.
Del Boca lo ha ricordato più volte: “Il fascismo costruì l’Impero con le armi, ma lo difese con le parole.”
L’immaginario coloniale sopravvisse alla caduta del fascismo. Per decenni, film, romanzi, fumetti continuarono a rappresentare l’Africa come un luogo esotico, lontano, immobile.
La rimozione delle violenze coloniali rese più facile mantenere quell’immagine. L’Italia preferì ricordare un colonialismo “mite”, “diverso”, “umano”. Era un mito costruito negli anni Trenta e mai davvero smontato. La cultura popolare continuò a riprodurlo, spesso senza accorgersene.

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