L’Italia continua a evitare il confronto con il proprio passato coloniale, come se quel capitolo potesse restare ai margini della storia nazionale. Eppure, la ricerca storica degli ultimi cinquant’anni ha demolito ogni residuo della narrazione autoassolutoria che Angelo Del Boca definiva “la favola degli italiani brava gente”.
Del Boca, nei suoi lavori pionieristici, mostrò con documenti d’archivio e testimonianze dirette che l’Italia fu una potenza coloniale violenta, responsabile di crimini sistematici in Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia. Nicola Labanca ha poi consolidato questo quadro, ricordando che l’impiego di gas in Etiopia nel 1935-36 non fu un’eccezione, ma una scelta deliberata e pianificata, documentata nei rapporti militari e nelle comunicazioni tra Badoglio, Graziani e il Comando Supremo.
La rimozione, tuttavia, non nasce nel presente: è un prodotto del dopoguerra. Mentre altre potenze affrontavano processi e commissioni d’inchiesta, l’Italia repubblicana costruiva la propria identità democratica senza passare attraverso un vero esame di coscienza. Come nota Giorgio Rochat, nessun generale italiano fu mai processato per i campi di concentramento in Cirenaica, dove migliaia di civili morirono per fame e malattie; nessuno rispose per le deportazioni di massa, per le impiccagioni pubbliche, per le rappresaglie indiscriminate. La continuità amministrativa tra Regno e Repubblica, unita alla necessità geopolitica di reinserire l’Italia nel blocco occidentale, contribuì a seppellire il tema sotto una coltre di silenzi istituzionali.

La storiografia internazionale ha spesso colmato i vuoti lasciati da quella italiana. Ian Campbell, nel suo studio sul massacro di Debrà Libanòs, ricostruisce con precisione la catena di comando che portò all’uccisione di migliaia di religiosi e civili etiopi nel maggio 1937, mostrando come l’operazione fosse approvata ai massimi livelli. Richard Pankhurst e Tekeste Negash hanno documentato l’impatto devastante dell’occupazione italiana sull’Etiopia, evidenziando come la violenza coloniale non fosse episodica ma strutturale, parte integrante del progetto imperiale fascista.
Il problema, però, non riguarda solo il passato: riguarda il modo in cui il Paese continua a percepire se stesso. Alessandro Triulzi parla di “memoria rimossa”, una memoria che riaffiora solo in occasione di polemiche o anniversari, senza mai diventare un discorso pubblico stabile. Questa rimozione ha conseguenze profonde: impedisce di comprendere le radici storiche delle migrazioni dal Corno d’Africa, ostacola una lettura critica delle relazioni con la Libia, alimenta stereotipi che affondano le loro radici nell’immaginario coloniale. L’Italia, non avendo mai elaborato il proprio passato imperiale, continua a guardare all’Africa con un misto di paternalismo e distanza, come se quel rapporto non fosse stato segnato da violenza e dominio.
Guardarsi allo specchio significherebbe riconoscere che il colonialismo non fu un incidente, ma un progetto politico sostenuto da élite, apparati militari, intellettuali, media. Significherebbe accettare che la democrazia italiana nasce anche da un rimosso, da un vuoto che ancora oggi condiziona il modo in cui il Paese si racconta. La storia non chiede colpe retroattive, ma consapevolezza: chiede di sostituire il mito con l’analisi, il silenzio con la conoscenza, l’autoindulgenza con la responsabilità. Solo così l’Italia potrà finalmente guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.


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