La Marmolada e la sua “città di ghiaccio” sono uno dei luoghi più estremi e meno raccontati della Grande Guerra: un fronte dove non si combatteva solo contro il nemico, ma contro la montagna, il gelo, la fame, il buio. Qui la guerra diventò un esperimento di sopravvivenza, un mondo sotterraneo fatto di gallerie, baracche di neve, crolli e silenzi che ancora oggi sembrano incredibili.
La Marmolada non era un semplice ghiacciaio: era un continente verticale. A oltre 3.000 metri, con temperature che d’inverno scendevano a –35°C, gli austro‑ungarici costruirono un sistema di gallerie e baraccamenti che la storiografia ha ribattezzato “Eisstadt”, la città di ghiaccio. Non era una metafora. Era una vera città: chilometri di cunicoli, dormitori scavati nel ghiaccio, cucine, depositi di munizioni, perfino una piccola cappella. Giorgio Rochat la definisce “la più grande opera militare glaciale mai realizzata in Europa”.

Gli italiani, sul versante opposto, vivevano in condizioni altrettanto estreme. Le postazioni del Punta Serauta, del Forcella Vu e del Sasso di Rocca erano raggiungibili solo con scale di legno, corde e teleferiche che oscillavano nel vuoto. La guerra qui era un misto di alpinismo, ingegneria e disperazione. Nicola Labanca parla di “fronte verticale assoluto”, dove la logistica era più difficile del combattimento.
La vita nella città di ghiaccio era un paradosso: un rifugio e una trappola. Il ghiaccio isolava dal vento, ma poteva crollare in ogni momento. Le lampade a carburo annerivano le pareti, l’umidità congelava i vestiti, il respiro diventava fumo. I diari dei soldati raccontano una quotidianità surreale: “Dormivamo nel ghiaccio, mangiavamo nel ghiaccio, pregavamo nel ghiaccio”, scrive un Kaiserjäger nel 1917.
E poi c’era la morte bianca. Le valanghe furono il vero nemico. La più terribile, quella del 13 dicembre 1916, travolse centinaia di soldati italiani e austro‑ungarici. La storiografia la ricorda come una delle peggiori catastrofi naturali della guerra. Lorenzo Del Boca, studiando i rapporti militari, nota che “sulla Marmolada la montagna uccise più della mitraglia”.
La guerra di mina, qui, era ancora più complessa che sul Col di Lana o al Lagazuoi. Scavare nel ghiaccio significava lavorare in un materiale vivo, che si muoveva, si deformava, inghiottiva strumenti e uomini. Gli italiani tentarono più volte di far saltare le postazioni austriache, ma il ghiacciaio assorbiva parte dell’onda d’urto. Gli austro‑ungarici, dal canto loro, temevano che una mina potesse provocare un collasso totale della città di ghiaccio. Era una guerra sospesa, letteralmente, tra la vita e il vuoto.
La Marmolada è rimasta nella memoria italiana in modo diverso rispetto al Carso o al Piave. Non c’è la retorica della vittoria, né quella del sacrificio eroico. C’è un senso di stupore, quasi di incredulità. Mario Rigoni Stern, che quelle montagne le conosceva come pochi, scrive: “Sul ghiacciaio la guerra non aveva rumore: aveva solo il respiro del vento”. È forse la frase che meglio restituisce la natura di questo fronte: una guerra silenziosa, fatta di attese, di gelo, di crolli improvvisi.

Oggi la città di ghiaccio non esiste più. Il ghiacciaio, ritirandosi, ha restituito oggetti, resti umani, pezzi di baracche, utensili, fotografie. È una memoria che riemerge letteralmente dal ghiaccio, come se la montagna volesse restituire ciò che la guerra le aveva sottratto.
La Marmolada e la sua città di ghiaccio sono un capitolo unico della Grande Guerra: un luogo dove la modernità bellica si è scontrata con la natura più estrema, e dove la memoria non è fatta di monumenti, ma di silenzi, crepacci e vento. Un fronte che non si può capire senza guardare negli occhi la montagna — e riconoscere che, lassù, la guerra non fu solo storia: fu sopravvivenza.
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