L’eliminazione degli intellettuali etiopi dopo l’attentato a Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937 fu una delle operazioni più pianificate e devastanti dell’occupazione italiana, e rappresentò un tentativo deliberato di decapitare la classe dirigente del Paese. L’attentato, compiuto da Abraham Deboch e Mogus Asghedom, offrì al regime fascista il pretesto per mettere in atto una repressione già immaginata: colpire non solo i sospetti, ma l’intera élite culturale, religiosa e politica dell’Etiopia.

Lo storico Ian Campbell, nel suo monumentale The Addis Ababa Massacre (2017), scrive: «L’obiettivo non fu la vendetta: fu l’annientamento della leadership etiope». Angelo Del Boca conferma: «La rappresaglia fu diretta soprattutto contro gli intellettuali, considerati i veri nemici dell’impero» (Italiani in Africa Orientale, vol. II). La sequenza degli eventi è documentata con precisione. Subito dopo l’attentato, Graziani ordinò arresti indiscriminati nei quartieri centrali di Addis Abeba. Tra i primi a essere colpiti furono insegnanti, funzionari, notabili, studenti, monaci, scrittori. Molti furono uccisi sul posto; altri deportati nei campi di Danane e Nocra. Il 21 febbraio, Graziani telegrafò a Roma: «Ho disposto misure energiche contro gli elementi sospetti». “Elementi sospetti” significava, nella pratica, chiunque avesse un ruolo culturale o educativo. Il caso più emblematico fu quello del monastero di Debre Libanos, centro spirituale e intellettuale del cristianesimo etiopico. Graziani lo accusò senza prove di complicità morale nell’attentato. Tra il 21 e il 29 maggio 1937, su ordine diretto del viceré, furono uccisi tra i 1.600 e i 2.200 monaci, diaconi e pellegrini. Campbell definisce Debre Libanos «il più grande crimine singolo commesso dagli italiani in Africa».

La repressione colpì anche la scuola moderna etiopica, nata sotto Menelik II e ampliata da Hailé Selassié. Gli insegnanti furono considerati “agenti del nazionalismo”. Molti vennero fucilati nei cortili delle scuole o deportati. Del Boca ricorda che «la cultura fu vista come una minaccia più grande delle armi». La logica era chiara: eliminare chi poteva organizzare resistenza, scrivere, insegnare, tramandare memoria. Tra le vittime ci furono anche membri della nobiltà riformista, come i giovani funzionari formati all’estero, considerati da Roma “pericolosi perché moderni”. La repressione non fu solo militare: fu ideologica. La propaganda fascista descrisse gli intellettuali etiopi come “agitatore”, “fanatici”, “nemici della civiltà”. Il Corriere della Sera del 23 febbraio 1937 parlò di “elementi sovversivi travestiti da religiosi”. L’Istituto Luce diffuse cinegiornali in cui Graziani veniva mostrato come vittima di un complotto barbarico, mentre gli etiopi istruiti erano rappresentati come traditori. La verità era opposta: erano i custodi della cultura nazionale. L’eliminazione degli intellettuali ebbe un impatto devastante. Campbell scrive: «L’Etiopia perse in pochi mesi ciò che l’Italia perse in vent’anni di fascismo: la sua classe dirigente».

La repressione colpì anche la memoria: archivi bruciati, biblioteche saccheggiate, manoscritti distrutti. Il progetto era chiaro: spezzare la continuità culturale del Paese. Come nota Del Boca, «l’Italia non voleva solo conquistare l’Etiopia: voleva riscriverla». L’eliminazione degli intellettuali etiopi non fu un eccesso, ma una strategia. Una strategia che mirava a creare un impero senza élite indigena, senza voce, senza storia. E proprio per questo resta uno dei capitoli più oscuri e meno conosciuti del colonialismo italiano, un terreno fertile per nuove ricerche, nuove fonti, nuove domande.

Francesco Bianchi

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