Monte San Michele 1916. L’attacco con i gas del 29 giugno 1916 fu il primo impiego massiccio di armi chimiche sul fronte italiano e cambiò per sempre la guerra sul Carso, rivelando la vulnerabilità dell’esercito, la brutalità del conflitto moderno e la capacità degli austro‑ungarici di colpire dove l’Italia si sentiva più forte.
Fu un’alba verdastra e velenosa. Alle 5 del mattino del 29 giugno 1916, come documentano le cronache di Voce Isontina, dalle trincee austro‑ungariche tra San Michele, San Martino del Carso e Bosco Cappuccio si alzarono “dense nubi di gas asfissianti” spinte verso le linee italiane . Era una miscela micidiale: cloro e fosgene, già sperimentata a Ypres, capace di attraversare gli indumenti e di persistere sul terreno per giorni. Le maschere antigas italiane, rudimentali, non potevano nulla.
Gli effetti furono devastanti e interi reparti furono “quasi completamente annientati”, con soldati trovati morti nei ricoveri, nei camminamenti, nelle trincee, mentre i superstiti, inebetiti dal gas, ripiegavano nel panico verso il basso . Le cifre sono impressionanti: oltre 6.000 italiani soffocati o intossicati, secondo le stime riportate da Voce Isontina ; TuttoStoria parla di 2.000 morti e 5.000 intossicati solo sul San Michele, con perdite austriache comunque pesanti (circa 1.500 intossicati) quando il vento cambiò direzione e riportò la nube verso le loro linee .

La storiografia ha sempre letto questo episodio come una frattura. Gli storici militari sottolineano che il Carso, fino ad allora teatro di un logoramento feroce ma “convenzionale”, divenne improvvisamente un laboratorio di guerra chimica. L’uso del fosgene — “il più temibile degli aggressivi dell’epoca”, come ricorda Voce Isontina — mostrò quanto rapidamente la tecnologia potesse trasformare il campo di battaglia in un mattatoio industriale .
Eppure, come spesso accade nella Grande Guerra italiana, la tragedia non si concluse con una disfatta irreversibile. Nel pomeriggio, grazie a un improvviso cambio del vento e alla reazione delle brigate Regina e Pisa, gli italiani contrattaccarono e riconquistarono tutto il terreno perduto; fu il colonnello Gandolfo a fermare gli sbandati e a riorganizzare la difesa, mentre il generale Sailer guidava il contrattacco decisivo .
Il Monte San Michele, già simbolo del martirio carsico, divenne così anche il luogo in cui l’Italia scoprì la brutalità della guerra chimica e la necessità di adattarsi a un nemico che non esitava a usare ogni mezzo. L’attacco del 29 giugno 1916 non cambiò solo la battaglia: cambiò la percezione stessa della guerra, aprendo la strada a un conflitto sempre più tecnologico, impersonale e spietato.


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