I campi di concentramento in Cirenaica non sono un capitolo marginale del colonialismo italiano: sono il suo epicentro di violenza, la prova più evidente che la conquista della Libia non fu un’“opera civilizzatrice”, ma una guerra di annientamento.

Tra il 1930 e il 1933, il generale Rodolfo Graziani e il governatore Pietro Badoglio misero in atto una delle più dure repressioni coloniali del Novecento, deportando nelle aree desertiche di Suluq, El‑Agheila, Al‑Magrun e altre località oltre 100.000 beduini cirenaici, quasi un terzo della popolazione locale. Gli storici Angelo Del Boca e Giorgio Rochat hanno ricostruito con precisione la portata di questa operazione: intere tribù — gli Awlad Ali, i Zuwaya, i Majabra, i Tarhuna — furono costrette a marciare per giorni nel deserto, senza acqua né cibo, per essere rinchiuse in campi circondati da filo spinato, torrette e pattuglie armate.

Del Boca ha scritto che “la deportazione fu la più grande tragedia della storia libica moderna”, e non è un’esagerazione: nei campi morirono tra 40.000 e 70.000 persone, per fame, malattie, stenti, violenze. Le fotografie dell’epoca — quelle che il regime non mostrò mai — ritraggono tende sbrindellate, bambini scheletrici, donne che scavano nella sabbia alla ricerca di radici commestibili, uomini ridotti a ombre. Non erano campi di lavoro: erano campi di morte lenta.

La logica era chiara: spezzare la resistenza beduina guidata da Omar al‑Mukhtar, privandola del suo retroterra sociale. Badoglio lo scrisse senza ambiguità in un rapporto del 1930: “È necessario togliere ai ribelli ogni possibilità di sostentamento.” Per farlo, l’esercito italiano incendiò pozzi, bruciò raccolti, abbatté palmeti, distrusse villaggi. La deportazione non fu un effetto collaterale: fu una strategia. E i campi furono il suo strumento principale. A Suluq, dove fu impiccato lo stesso Omar al‑Mukhtar nel 1931, la mortalità raggiunse punte del 50%. A El‑Agheila, secondo le testimonianze raccolte da Del Boca, i cadaveri venivano sepolti in fosse comuni scavate nella sabbia, spesso senza nome. Le condizioni igieniche erano inesistenti, le epidemie di tifo e dissenteria devastanti. Le razioni — quando arrivavano — erano insufficienti persino per sopravvivere. Un ufficiale italiano, in un rapporto interno, definì i campi “un problema di ordine pubblico risolto con mezzi eccezionali”, un linguaggio che rivela la distanza morale tra chi comandava e chi subiva.

i campi di concentramento italiani in Libia
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La repressione in Cirenaica non fu un episodio isolato, ma un sistema. Il filo spinato che tagliava la regione da nord a sud — oltre 270 chilometri, dal mare al deserto — era il simbolo di un progetto di controllo totale. Gli storici etiopi, come Gebreyesus Hailu, hanno spesso ricordato che la brutalità italiana in Libia anticipò quella che l’Italia avrebbe poi portato in Etiopia: campi, deportazioni, impiccagioni pubbliche, punizioni collettive. La Libia fu il laboratorio della violenza coloniale fascista.

Eppure, per decenni, i campi di concentramento in Cirenaica sono rimasti fuori dalla memoria pubblica italiana. Nessun processo, nessuna assunzione di responsabilità, nessun riconoscimento ufficiale. La narrazione nazionale preferì parlare di “pacificazione”, di “modernizzazione”, di “strade e scuole”. Ma la verità è che quelle strade e quelle scuole furono costruite su un deserto umano creato dalla deportazione. Come ha scritto Del Boca, “la Cirenaica fu vinta non con la civiltà, ma con la fame.”

Raccontare oggi i campi di concentramento in Cirenaica significa restituire dignità a decine di migliaia di persone cancellate dalla storia. Significa riconoscere che il colonialismo italiano non fu un’avventura, ma una tragedia. Significa accettare che la memoria non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di giustizia. E che solo guardando in faccia ciò che è accaduto in quei campi — nel silenzio del deserto, sotto il sole che bruciava le tende e i corpi — possiamo davvero comprendere cosa sia stato il colonialismo italiano. E cosa non deve mai più accadere.

Francesco Bianchi

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Una risposta a “Nel deserto del filo spinato: la verità sui campi di concentramento italiani in Libia”

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