Dopo l’Unità d’Italia, quando il nuovo Stato era ancora fragile e impegnato a definire la propria identità, prese forma un’idea che avrebbe segnato profondamente la sua storia: la necessità di una “proiezione africana”. Non esisteva ancora una politica coloniale strutturata, ma esistevano già ambizioni, pressioni e attori che spingevano in quella direzione: società commerciali, esploratori, militari, settori della Sinistra storica e della nascente borghesia nazionale.
Origini del colonialismo italiano
Nel 1869 il missionario ligure Giuseppe Sapeto acquistò, per conto della Società di Navigazione Rubattino, alcuni tratti della baia di Assab, sul Mar Rosso. L’operazione era formalmente privata, ma aveva un chiaro significato strategico: l’apertura del Canale di Suez, avvenuta proprio nel 1869, trasformava il Mar Rosso in un crocevia globale. Negli anni successivi la presenza italiana rimase limitata, quasi simbolica, ma la Regia Società Geografica Italiana – fondata nel 1867 – iniziò a promuovere con forza l’idea che l’Italia dovesse avere un ruolo in Africa.
Come scriverà più tardi Angelo Del Boca, «il colonialismo italiano nacque più da un complesso d’inferiorità che da una reale necessità economica». Il salto di qualità avvenne con il governo di Agostino Depretis. Il 10 marzo 1882 l’esecutivo presentò alla Camera un disegno di legge per rilevare ufficialmente dalla Rubattino i diritti sulla baia di Assab. Il provvedimento fu approvato e il 5 luglio 1882 Assab divenne la prima colonia italiana. Non c’erano ancora battaglie, né conquiste militari: era una colonizzazione “di carta”, fatta di acquisti, trattati, presidi minimi. Ma fu decisiva perché segnò l’ingresso dell’Italia nel gioco coloniale, legò la politica estera italiana agli equilibri del Mar Rosso e dell’Impero britannico e creò il precedente che avrebbe portato all’occupazione di Massaua nel 1885.

Il dibattito parlamentare sul “provvedimento per Assab” rivelò tre visioni opposte dell’Italia e del suo futuro. Agostino Depretis, Presidente del Consiglio e leader della Sinistra storica, non era un ideologo del colonialismo: era un pragmatico. Nel suo intervento alla Camera, nel marzo 1882, dichiarò: «Non si tratta di conquiste, ma di assicurare all’Italia un punto d’appoggio commerciale in una regione di grande avvenire.» Depretis presentò Assab come un investimento modesto, un’operazione tecnica, un gesto necessario per non restare indietro rispetto alle altre potenze europee. Minimizzò i costi, evitò riferimenti espliciti all’espansione territoriale e rassicurò la maggioranza parlamentare. La sua abilità trasformista rese possibile ciò che, pochi anni prima, sarebbe apparso impensabile.
Accanto a Depretis agiva, con maggiore intensità ideologica, Francesco Crispi. All’epoca Presidente della Camera e figura centrale della Sinistra, Crispi non intervenne come relatore, ma sostenne politicamente il provvedimento e lo spinse verso una visione più ampia. Per lui Assab non era un dettaglio amministrativo: era il primo passo verso una politica di potenza. In quegli anni, nei suoi discorsi pubblici e nelle lettere private, Crispi affermava: «L’Italia deve avere il suo posto nel mondo, e quel posto non si conquista con le parole, ma con le opere.» E ancora: «Il Mediterraneo è il nostro mare; il Mar Rosso ne è la porta.» In queste frasi c’è già tutto il Crispi futuro: l’idea di una missione nazionale, la volontà di trasformare l’Italia in una potenza rispettata, la convinzione che l’espansione coloniale fosse un destino naturale. È la stessa visione che, dieci anni dopo, lo porterà a sostenere l’avanzata verso l’interno dell’Eritrea e a preparare il terreno per la tragedia di Adua.
Di fronte a Depretis e Crispi si alzò la voce più lucida, feroce e profetica dell’opposizione: Felice Cavallotti, leader dei radicali. Il suo intervento alla Camera fu un capolavoro di oratoria anti‑coloniale. Sul piano economico denunciò l’assurdità dell’operazione: «Spendiamo denaro che non abbiamo per un lembo di terra che non vale nulla.» Ricordò che Assab era priva di acqua, di infrastrutture, di valore commerciale. Sul piano politico accusò il governo di voler imitare le grandi potenze senza averne i mezzi: «Non abbiamo risolto i problemi dell’Italia, e già vogliamo crearci problemi in Africa.»
Sul piano morale pronunciò la frase che rimane una delle più alte della storia parlamentare italiana: «Il colonialismo è la negazione dei principi del Risorgimento.» Per Cavallotti, l’Italia nata dalla lotta per la libertà non poteva trasformarsi in potenza oppressiva. La sua analisi fu profetica: vide in Assab l’inizio di una catena di spese, guerre e sconfitte che avrebbe portato a Massaua (1885), Dogali (1887) e infine Adua (1896). Come scriverà più tardi Nicola Labanca, «il colonialismo italiano fu un laboratorio di modernità violenta», e Cavallotti fu uno dei pochi a capirlo in tempo.

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