Ci sono momenti dell’anno in cui gli impegni pubblici non sono soltanto date da segnare in agenda, ma diventano l’occasione per guardare con un po’ più di attenzione al percorso che si sta facendo, alle storie che si portano in giro, alle memorie che continuano a chiedere ascolto.

Il 27 giugno sarò ad Albiate al Premio letterario Albiatum per ritirare il terzo premio assegnato a Tigri e colonie, un riconoscimento che arriva dopo molti altri e che conferma come questa vicenda dei tredicimila bambini italo‑libici continui a trovare lettori, domande, riflessioni. È una storia che non si è mai fermata, che ha continuato a muoversi con una sua forza autonoma, forse perché tocca un punto sensibile della nostra storia nazionale: quello in cui l’infanzia, la propaganda e la guerra si intrecciano in un nodo che ancora oggi non abbiamo del tutto sciolto.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio, sarò invece a Messina per la premiazione del concorso “La via delle Muse”, dove il mio monologo dedicato alla Divisione Acqui ha ottenuto il primo premio nella sezione Monologhi. È un testo nato alla fine di un percorso di docenza che ho svolto quest’anno all’Università Età Libera di Firenze, senza intenzioni celebrative, ma con il desiderio di restituire una voce emozionante a un episodio che per troppo tempo è rimasto ai margini della coscienza pubblica. L’eccidio di Cefalonia non è soltanto una pagina della Seconda guerra mondiale; è un momento in cui migliaia di uomini, improvvisamente privati di ordini e di Stato, si trovarono a decidere chi essere. La loro scelta, pagata con la vita, non appartiene alla retorica, ma alla responsabilità individuale. È una storia che non chiede applausi, ma ascolto e ancora oggi ringrazio coloro che hanno partecipato al mio corso di dieci ore con attenzione, dedizione e interesse vivo.

Guardando questi due appuntamenti (27 giugno e 11 luglio) uno accanto all’altro, si ha la sensazione che la memoria non proceda mai in linea retta, ma per richiami, per echi, per ritorni inattesi. Da un lato ci sono i bambini italo‑libici del 1940, strappati alle famiglie con la promessa di una vacanza e trattenuti per oltre cinque anni in un’Italia in guerra, trasformati in strumenti di propaganda e poi dimenticati. Dall’altro ci sono i soldati della Divisione Acqui, lasciati soli dopo l’8 settembre, costretti a scegliere tra la resa e la dignità, e poi travolti da una violenza che per decenni non ha trovato spazio nei racconti ufficiali. Due storie lontane, eppure accomunate da un tratto che ritorna spesso nella nostra storia: la fragilità delle vite che non trovano posto nei manuali, la difficoltà di riconoscere ciò che non si adatta alle narrazioni rassicuranti, la tendenza a lasciare ai margini proprio ciò che dovrebbe essere messo al centro.

Tigri e colonie continua a camminare perché parla di un’Italia che non ha ancora fatto i conti con il proprio passato coloniale; il monologo sulla Divisione Acqui è stato premiato perché tocca un’altra zona d’ombra, quella in cui la guerra mostra il suo volto più nudo e più umano. Due storie diverse, ma entrambe necessarie. E forse è proprio questo il senso di queste settimane: ricordare che la memoria ha lo scopo di restituire voce, dignità e anche complessità. È un compito che non si esaurisce con un premio o con una presentazione, ma che passa attraverso ogni testo, ogni incontro, ogni volta che una storia dimenticata trova finalmente qualcuno disposto ad ascoltarla.

A proposito di presentazioni vi segnalo però importanti ulteriori appuntamenti a breve:

Francesco Bianchi

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