La propaganda italiana della Grande Guerra non è scomparsa: si è trasformata, sedimentata, riemersa in forme nuove dentro la narrazione pubblica contemporanea. Le immagini, le parole, i miti costruiti tra il 1915 e il 1918 continuano a vivere nei discorsi politici, nelle celebrazioni pubbliche, nei manuali scolastici, nelle rappresentazioni mediatiche della guerra e della nazione.
Lo storico Massimo Baioni ha scritto che «il Risorgimento fu arruolato nella guerra del ’15‑18» : la propaganda trasformò Trento e Trieste in simboli di una missione nazionale, costruendo un immaginario che ancora oggi struttura la retorica dell’“Italia compiuta”. La Grande Guerra fu il primo laboratorio di propaganda di massa dell’Italia contemporanea. Il Servizio P, analizzato da Margherita Iuzzolino, combinava vigilanza, assistenza e persuasione per trasformare il soldato in soggetto politico, disciplinato e motivato .

La propaganda non si limitò a sostenere la guerra: costruì un linguaggio. Il nemico venne rappresentato come “secolare”, “barbaro”, “anti‑italiano”, secondo le categorie analizzate da Francesco Cutolo nelle testimonianze dei soldati. Le immagini della Domenica del Corriere, le illustrazioni eroiche, le cartoline patriottiche, i manifesti del prestito nazionale crearono un repertorio iconografico che ancora oggi ritorna nelle celebrazioni del 4 novembre, nelle mostre sulla Grande Guerra, nelle narrazioni televisive che ripropongono l’eroismo del fante come simbolo identitario.
Propaganda 15‑18: Cosa Resta nella Narrazione Contemporanea
La propaganda del 15‑18 costruì anche un mito della guerra come compimento del Risorgimento. Baioni lo definisce «tema pervasivo» : la liberazione delle “terre irredente” venne presentata come atto finale dell’unità nazionale. Questa idea sopravvive nella retorica istituzionale che ancora oggi parla della Grande Guerra come “quarta guerra d’indipendenza”, riproponendo una lettura teleologica che deriva direttamente dalla propaganda del tempo. La propaganda non agì solo sul fronte interno: operò anche all’estero. Il volume Italy Our Ally ricostruisce l’azione del Sottosegretariato per la propaganda in Gran Bretagna, che tra il 1917 e il 1918 cercò di presentare l’Italia come nazione moderna, affidabile, coerente con la politica delle nazionalità . Questa immagine, costruita artificialmente, sopravvive oggi nella narrazione diplomatica che descrive l’Italia come potenza mediterranea “storicamente impegnata per la libertà dei popoli”, una formula che riecheggia la propaganda del 15‑18.
La propaganda della Grande Guerra penetrò anche nella cultura popolare. La Treccani ha mostrato come la “paraletteratura” — romanzi di consumo, narrativa per l’infanzia, fumetti — incorporò temi bellici, trasformando la guerra in avventura, sacrificio, destino nazionale. Evasione e propaganda nella «paraletteratura». Questa estetizzazione della guerra sopravvive oggi nelle narrazioni cinematografiche che rappresentano il fante come eroe solitario, nella retorica del “coraggio italiano”, nelle celebrazioni che privilegiano l’epica rispetto alla complessità storica. Un’eredità ancora più profonda riguarda la costruzione del nemico.

La propaganda del 15‑18 ha lasciato anche un’eredità linguistica: parole come “sacrificio”, “eroismo”, “trincea”, “Patria” continuano a essere utilizzate con lo stesso registro emotivo costruito durante la guerra. Lo storico Gaetano Quagliariello ha definito la propaganda del 15‑18 «la prima grande pedagogia nazionale». Il servizio P, propaganda, assistenza e vigilanza nella guerra totale: una pedagogia che sopravvive nella retorica istituzionale, nelle cerimonie militari, nei discorsi politici che evocano la Grande Guerra come fondamento dell’identità italiana.
Ciò che resta della propaganda del 15‑18 non è solo un repertorio di immagini e parole: è un modo di raccontare la nazione. È la persistenza di una narrazione che privilegia l’eroismo rispetto alla complessità, la vittoria rispetto al trauma, la Patria rispetto all’individuo. È la sopravvivenza di un linguaggio che ancora oggi struttura il modo in cui l’Italia parla di sé, della sua storia, delle sue guerre. Comprendere questa eredità significa riconoscere che la propaganda non è un fenomeno del passato: è una lente che continua a filtrare la memoria pubblica contemporanea.

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