La propaganda di guerra non è un residuo del Novecento: è un dispositivo che muta forma, linguaggio e tecnologie, ma conserva una logica costante. In ogni conflitto, ieri come oggi, la costruzione del consenso passa attraverso la capacità di definire il nemico, semplificare la complessità, orientare le emozioni collettive.
Gli storici che hanno studiato i meccanismi della comunicazione bellica – da George L. Mosse a Philip M. Taylor, da Nicola Labanca a David Welch – mostrano come la propaganda non sia un accessorio della guerra, ma una delle sue armi principali.
Mosse, analizzando la “nazionalizzazione delle masse”, osservava che la guerra moderna richiede non solo soldati, ma cittadini mobilitati emotivamente; Taylor, in Munitions of the Mind, ricostruisce come ogni Stato, democratico o autoritario, abbia costruito narrazioni capaci di trasformare la violenza in necessità, il sacrificio in dovere, l’obbedienza in virtù.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia fascista fece della propaganda un pilastro del regime: manifesti, cinegiornali, radio, scuola, persino la grafica commerciale concorrevano a creare un immaginario eroico e disciplinato. I manifesti del “Prestito del Credito Italiano”, come quello riprodotto nell’evento ANCR, sono un esempio emblematico: figure virili, colori netti, slogan imperativi. L’obiettivo non era solo raccogliere fondi, ma costruire un’identità collettiva fondata sulla mobilitazione permanente. Come ricorda Labanca, la propaganda bellica italiana oscillava tra esaltazione patriottica e rimozione delle sconfitte, producendo un racconto che doveva apparire inevitabile e condiviso.
Oggi i meccanismi sono più sofisticati, ma non meno incisivi. La propaganda non passa più soltanto attraverso manifesti o cinegiornali, ma attraverso social network, campagne di disinformazione, immagini virali, narrazioni emotive che si diffondono con una velocità impensabile nel 1940.

Gli studi contemporanei sulla “information warfare” – da quelli del NATO Strategic Communications Centre of Excellence alle ricerche di Renée DiResta – mostrano come la costruzione del consenso in tempo di guerra avvenga attraverso la manipolazione dell’attenzione, la polarizzazione, la creazione di comunità identitarie digitali. Le immagini di oggi non sono meno potenti di quelle di ieri: cambiano i mezzi, non la logica. La guerra continua a essere raccontata come necessaria, inevitabile, moralmente giusta; il nemico continua a essere rappresentato come minaccia assoluta; la complessità continua a essere ridotta a slogan.
Eppure, proprio per questo, la memoria storica diventa uno strumento critico. Conoscere come la propaganda ha operato nel passato permette di riconoscerne le forme presenti. L’evento organizzato dalla Casa delle Memorie di Prato e dall’ANCR – dedicato alla narrativa della guerra, alla propaganda e alle vicende di un garibaldino pratese – si inserisce in questa necessità civile: restituire strumenti, non celebrazioni; analisi, non retorica. Mettere a confronto i linguaggi della propaganda di ieri con quelli di oggi significa comprendere come si costruisce il consenso, ma anche come si può resistere alla sua forza.

In questo senso, il 25 aprile non è soltanto una ricorrenza: è un invito a esercitare uno sguardo critico. La Liberazione fu anche la liberazione da un sistema di propaganda che per vent’anni aveva modellato il pensiero pubblico. Ricordarlo oggi, mentre nuove guerre producono nuove narrazioni e nuove manipolazioni, significa riaffermare il valore della consapevolezza storica come forma di democrazia. La memoria non è un rituale: è un antidoto.


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