Il libro di Elena Aga Rossi su Cefalonia è un’indagine storica che scardina la narrazione eroica sedimentata nel dopoguerra, riportando al centro i documenti e non la retorica.
L’autrice definisce la vicenda della Divisione Acqui «una storia che è stata raccontata più volte, ma non sempre nella sua verità documentaria», e da qui muove un lavoro che intreccia archivi tedeschi, italiani e greci, rapporti interni come quelli di Bronzini e Picozzi, testimonianze coeve e atti giudiziari. Il risultato è una ricostruzione che mette in luce la frammentazione del comando italiano, le esitazioni, le pressioni interne e le responsabilità individuali, mostrando come la scelta resistenziale non fu un blocco monolitico ma un processo conflittuale.

Aga Rossi insiste sul fatto che «le cifre gonfiate non aiutano la memoria, la indeboliscono», e ridimensiona il numero delle vittime a una forchetta di 1.600–2.500, aprendo un filone di ricerca che invita a interrogare la costruzione della “vulgata” resistenziale e il ruolo di figure come Renzo Apollonio, la cui biografia postbellica viene riletta alla luce di documenti rimasti a lungo marginalizzati. La validità storica del volume risiede proprio nella sua capacità di riportare la vicenda di Cefalonia nel terreno della storia critica, senza cedere né alla mitizzazione né alla demolizione, ma mostrando come la memoria pubblica sia stata selettiva e talvolta protettiva. Aga Rossi, storica di lungo corso, già docente e autrice di studi fondamentali sulla politica estera italiana e sulla Repubblica sociale, porta in questo libro la sua consueta attenzione filologica e la capacità di leggere i documenti controcorrente, offrendo spunti di ricerca che riguardano la gestione della resa, la catena di comando, la giustizia postbellica e la costruzione del mito nazionale. Una lettura che non chiude il dibattito, ma lo riapre con rigore.
Lascia un commento