La Strafexpedition sconvolse il fronte italiano perché fu la prima grande offensiva austro‑ungarica capace di mettere in crisi l’intero dispositivo difensivo del Regio Esercito, rivelandone fragilità tattiche, errori di comando e un pericoloso scollamento tra propaganda e realtà.

Fu un attacco preparato con cura maniacale dal feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, da sempre convinto che l’Italia dovesse essere “punita” per il tradimento del 1915. Le fonti ricordano che l’offensiva, iniziata il 15 maggio 1916, colse l’Italia completamente impreparata: Roma si aspettava un nuovo attacco sull’Isonzo, non un urto improvviso dal Trentino. Gli storici Mario Isnenghi, Nicola Labanca e Paolo Pozzato, in un’analisi per Rai Cultura, sottolineano come la sorpresa strategica fu totale e come i primi bollettini italiani cercarono di mascherare la gravità della situazione, parlando di “ripiegamento ordinato” mentre interi capisaldi crollavano.

La Strafexpedition fu, nelle parole di Isnenghi, “una prova generale di Caporetto”: un’offensiva moderna, basata su un massiccio impiego di artiglieria, su movimenti coordinati e su un obiettivo politico chiaro — sfondare sugli altipiani di Asiago e Tonezza, scendere verso la pianura veneta e tagliare fuori l’intero fronte dell’Isonzo. Il piano, come ricorda l’Associazione Nazionale Alpini, prevedeva l’impiego di due armate, la 3ª e l’11ª, su un fronte di circa 60 chilometri, con l’ambizione di costringere l’Italia alla resa e liberare fino a 400.000 uomini da impiegare altrove.

Il crollo iniziale fu drammatico. Le truppe italiane arretrarono dal Pasubio, dal Cengio, dal Coni Zugna, dal Cimone: luoghi che diventeranno simboli di resistenza disperata. I giornali dell’epoca attenuarono la portata della disfatta, ma il diario di Leonida Bissolati racconta con lucidità le vere cause: impreparazione, sottovalutazione del nemico, errori di comando.

Eppure, come spesso accade nella storia italiana, la tragedia si trasformò in reazione. L’offensiva si spense a pochi chilometri dalla pianura: il Monte Cengio, pur perduto, divenne il simbolo della resistenza estrema; il Pasubio fu difeso metro per metro; le riserve italiane, finalmente mobilitate, riuscirono a stabilizzare il fronte. L’operazione provocò una crisi politica tale da portare alle dimissioni del presidente del Consiglio Antonio Salandra il 18 giugno 1916.

La Strafexpedition
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La Strafexpedition rimane così un trauma e un monito. Un trauma perché mostrò quanto fragile fosse l’esercito italiano quando il nemico prendeva l’iniziativa; un monito perché rivelò la distanza tra la retorica del comando e la realtà del fronte. Ma fu anche un punto di svolta: l’Italia imparò, seppur lentamente, a difendersi in montagna, a coordinare meglio artiglieria e fanteria, a leggere i segnali dell’intelligence — come dimostrano i rapporti dell’aviazione italiana, che già in aprile avevano intuito l’imminenza dell’attacco.

Per questo la Strafexpedition resta una delle pagine più dure e formative della Grande Guerra italiana: la spedizione punitiva che rischiò di spezzare il Paese, ma che finì per temprarlo, preparando — nel bene e nel male — la lunga resistenza del 1917‑1918.

Francesco Bianchi

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