Il Trattato di Uccialli è uno di quei documenti che, a distanza di oltre un secolo, continua a pulsare come una ferita aperta nella storia coloniale italiana. Nasce come un accordo di amicizia, ma contiene dentro di sé un equivoco costruito, un inganno diplomatico che segna il punto di rottura tra due visioni del mondo: quella di un’Italia ferita da Dogali e ansiosa di legittimare la propria espansione, e quella di un’Africa che, attraverso la figura di Menelik II, rivendica la propria sovranità. Per capire Uccialli bisogna capire Menelik, e soprattutto capire dove governa e che cosa rappresenta nel 1889. Menelik II è allora re dello Scioa, una regione vasta e strategica dell’altopiano etiope, con capitale Ankober prima e Addis Abeba poi, un territorio che si estende tra le montagne centrali e le pianure meridionali. Lo Scioa confina a nord con il Tigrè e l’Amhara, a est con le terre degli Afar e con il Sultanato di Aussa, a sud con le popolazioni oromo e con i regni galla, a ovest con le regioni del Goggiam e del Guragè. È un territorio complesso, fatto di altipiani fertili, vallate profonde, comunità guerriere e reti di potere locali che Menelik ha saputo unificare con una combinazione di diplomazia, matrimoni politici, campagne militari e distribuzione di terre. Governa uno Stato che non è periferia, ma centro: uno dei poli più dinamici dell’Etiopia, con un esercito in rapida modernizzazione, capace di mobilitare decine di migliaia di uomini e di acquistare armi moderne grazie ai rapporti con francesi, russi e italiani. È un sovrano che conosce il valore del tempo e della pazienza, che sa quando firmare e quando strappare, che ha un’idea chiara del futuro: un’Etiopia unita, indipendente, riconosciuta come potenza africana.
Quando l’Italia gli propone un trattato, Menelik vede un’opportunità: armi, denaro, riconoscimento internazionale. E firma. Ma il cuore del trattato è l’articolo 17, quello che esiste in due versioni: una italiana e una amarica. Nella versione italiana, l’Etiopia si obbliga a servirsi dell’Italia per tutte le relazioni diplomatiche con le potenze europee. Nella versione amarica, l’Etiopia può farlo, se lo desidera. Una sola parola cambia tutto. L’Italia presenta il trattato alle cancellerie europee come se Menelik avesse accettato un protettorato; Menelik, quando lo scopre, parla apertamente di inganno. E qui emerge la sua statura politica: non rompe subito, non si lascia trascinare in un conflitto prematuro. Aspetta. Accumula armi. Rafforza il suo potere interno. Consolida i confini dello Scioa, estendendosi verso sud e sud‑ovest, integrando territori oromo e guragè, e costruendo un sistema di alleanze che gli permette di presentarsi come il candidato più forte al trono imperiale. E quando è pronto, nel 1893, scrive a Umberto I dichiarando nullo l’articolo 17. È un gesto che pesa come un macigno: l’Italia si sente tradita, Menelik si sente ingannato, e la tensione sale.

Trattato di Uccialli: l’inganno dell’articolo 17
Nel frattempo, grazie a Uccialli, l’Italia ha consolidato la sua presenza nel Corno d’Africa: Massaua è la base principale, Asmara diventa capitale della nuova colonia Eritrea, Keren, Adi Quala, Halai, Saganeiti e Acrur vengono occupate e integrate nel sistema coloniale. L’Italia costruisce strade, fortini, linee di rifornimento, arruola ascari tra afar, sahò, bileni, tigrini e kunama, e presenta ogni avanzata come un passo verso il riscatto dopo Dogali. Ma mentre costruisce la colonia, costruisce anche un’ideologia: un embrione di razzismo coloniale che non è ancora quello biologico del fascismo, ma è già un razzismo paternalista, gerarchico, funzionale al dominio. Le popolazioni locali vengono descritte come “razze guerriere”, “tribù fedeli”, “genti primitive”, categorie che servono a giustificare la presenza italiana e a legittimare la subordinazione degli ascari, indispensabili ma mai considerati uguali. È un razzismo che nasce nelle parole, nei rapporti militari, nei giornali, e che prepara il terreno a ciò che verrà dopo.
In questo quadro, Menelik appare come l’antitesi perfetta del progetto italiano: un sovrano africano moderno, capace di governare, negoziare, combattere e vincere. Un uomo che non accetta di essere trattato come un subordinato, che non si lascia incastrare in un protettorato mascherato, che comprende prima degli italiani che il futuro dell’Etiopia dipende dalla sua capacità di restare indipendente. Il Trattato di Uccialli, nato come un accordo di amicizia, diventa così il simbolo di un fraintendimento voluto, di un’ambizione coloniale che si scontra con una sovranità africana forte, consapevole, determinata. È il punto in cui due visioni del mondo si toccano e si respingono. E da quel punto, la storia non potrà più tornare indietro.

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