Dopo Adua, l’Africa orientale italiana non era solo un fallimento militare: era una ferita politica che metteva a nudo tutte le fragilità dello Stato liberale. La sconfitta del 1° marzo 1896 travolse il governo Crispi, già minato da scandali che avevano eroso la sua credibilità ben prima della disfatta. Il primo era la gestione opaca dei fondi segreti: somme ingenti, sottratte a ogni controllo parlamentare, utilizzate per operazioni politiche, propaganda, pressioni sulla stampa e attività diplomatiche parallele. Crispi aveva costruito attorno a sé un sistema personale di potere, alimentato da denaro pubblico non tracciabile, che i suoi oppositori denunciavano come una “cassa nera” del governo. Il secondo scandalo, ancora più devastante, era quello della Banca Romana: un intreccio di favoritismi, emissioni irregolari di biglietti, complicità politiche e coperture istituzionali. Crispi non fu mai condannato, ma la sua vicinanza ai vertici della banca e il suo ruolo nel tentativo di insabbiare l’inchiesta lo resero vulnerabile. Quando Adua esplose, questi scandali tornarono a galla come prove di un potere logorato, arrogante, incapace di governare con trasparenza.

I suoi oppositori erano numerosi e agguerriti. Felice Cavallotti, leader dell’estrema sinistra, lo attaccava da anni come simbolo di autoritarismo e corruzione. I radicali vedevano in lui un pericolo per le libertà costituzionali. I moderati lo accusavano di avventurismo coloniale e di aver trascinato il Paese in una guerra impreparata. E poi c’era Antonio di Rudinì, aristocratico siciliano, figura sobria e prudente, che rappresentava l’antitesi politica e morale di Crispi. Rudinì non era un oppositore ideologico, ma era un critico costante: diffidava della retorica roboante, del decisionismo senza freni, della gestione disinvolta delle finanze pubbliche. Quando Crispi cadde, Rudinì fu chiamato a ricucire un Paese umiliato, a riportare a casa i prigionieri, a chiudere una guerra che non aveva mai condiviso. La sua fu una politica di ripiegamento dignitoso, non di rivalsa. Ma non bastò a spegnere il fuoco che Adua aveva acceso.

La Commissione d’inchiesta sui fatti di Adua fu istituita per accertare responsabilità politiche e militari. Lavorò a lungo, ascoltò generali, ufficiali, ministri, analizzò ordini contraddittori, mappe, dispacci. Le conclusioni furono severe ma non risolutive: errori di comando, improvvisazione logistica, sottovalutazione dell’esercito etiope, mancanza di coordinamento tra i reparti, intelligence ignorata. Nessun colpevole unico, nessuna condanna esemplare. La responsabilità era diffusa, sistemica, figlia di un colonialismo improvvisato e di una politica che aveva confuso ambizione con capacità. La Commissione non chiuse la ferita: la rese più evidente.

Adua: le verità nascoste che hanno spezzato l’Italia e acceso la corsa alla Libia

Eppure, nonostante la disfatta, l’Italia non abbandonò la rivalsa coloniale. Perché? Perché Adua non cancellò il desiderio di essere una potenza: lo sospese. L’Eritrea rimase colonia, seppur ridimensionata. La propaganda nazionalista trasformò la sconfitta in un trauma da riscattare. E soprattutto, mentre l’Africa orientale sembrava perduta, un nuovo orizzonte si apriva nel Mediterraneo: la Libia. Già dagli anni Ottanta dell’Ottocento l’Italia aveva costruito una presenza economica e consolare a Tripoli e Bengasi, aveva stretto accordi commerciali, finanziato compagnie di navigazione, sostenuto missioni cattoliche e investimenti agricoli. Dopo Adua, questa attività divenne il terreno su cui proiettare un colonialismo ferito ma non domato. La Libia appariva più vicina, più debole, più “realistica” rispetto all’altopiano etiope. Era il luogo in cui l’Italia poteva immaginare una seconda possibilità, un riscatto geopolitico che la politica crispina aveva bruciato.

Così, paradossalmente, Adua non chiuse il colonialismo italiano: lo trasformò. Lo spostò, lo rimodellò, lo rese più ossessivo. L’Italia non imparò a rinunciare all’impero: imparò a desiderarlo altrove. E in quella ostinazione, in quella incapacità di leggere la realtà, in quella ricerca di un riscatto simbolico, c’è tutto il dramma del nostro rapporto con l’Africa. Una storia di ambizioni, rimozioni e ritorni che ancora oggi ci obbliga a guardare indietro per capire chi siamo diventati.

Il governo di Antonio di Rudinì nacque sulle macerie di Adua e morì sotto il peso delle contraddizioni di un Paese che non sapeva più dove andare. Durò poco più di un anno: dal 10 marzo 1896 al 15 luglio 1896, poi tornò al potere nel 1898, ma la sua prima esperienza — quella che ci interessa nel quadro post‑Adua — si concluse rapidamente. La ragione è semplice: Rudinì era stato chiamato a spegnere un incendio, non a governare un Paese in pace. Doveva chiudere la guerra, riportare a casa i prigionieri, ricucire una ferita nazionale. Ma il Parlamento era spaccato, l’opinione pubblica era furiosa, e le forze politiche oscillavano tra chi voleva abbandonare l’Africa e chi pretendeva una rivalsa immediata.

Il suo governo cadde perché non riuscì a tenere insieme queste spinte. La sinistra lo accusava di essere troppo timido, troppo aristocratico, troppo vicino agli interessi conservatori. La destra nazionalista lo accusava dell’opposto: di aver “svenduto” l’onore italiano, di aver accettato la pace con Menelik senza ottenere nulla, di aver rinunciato a qualsiasi prospettiva di riscatto. Rudinì, uomo moderato, prudente, quasi riluttante alla scena pubblica, si trovò schiacciato tra due Italie inconciliabili. La sua linea — ripiegamento dignitoso, riduzione delle spese militari, fine dell’avventura africana — non aveva abbastanza sostenitori. E così, dopo pochi mesi, il suo governo si dissolse.

Francesco Bianchi

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