Quella di Boghe è la terza storia che ha ispirato 1918 – Alla fine volarono liberi, un giovane soldato che incarna la parte più estrema e contraddittoria della Grande Guerra: la convinzione, la disciplina, il corpo portato fino al limite. Se Ghigo rappresenta la prigionia e Luisa Zeni la clandestinità e la cura, Boghe è il fronte. È la scelta di stare dove la guerra brucia di più.

Boghe cresce in un ambiente dove l’idea di patria non è un concetto astratto, ma una tradizione familiare. È nipote di un garibaldino, uno di quegli uomini che hanno lottato per l’unità nazionale e che hanno trasformato la politica in gesto. Per Boghe, la redenzione dei territori nazionali non è una retorica: è un’eredità. Lo storico Giovanni Sabbatucci ha scritto che «la generazione cresciuta all’ombra del Risorgimento viveva la guerra come compimento», e Boghe appartiene a quella generazione.

Prima di partire per il fronte, litiga con il fratello. Non per questioni familiari, ma per idee. Il fratello abbraccia le posizioni di Rosa Genoni, la stilista e pacifista che vedeva nella guerra la negazione dell’umanità. Boghe no. Boghe crede nella necessità di difendere i territori italiani, nella continuità con la lotta garibaldina, nella responsabilità di chi parte. È un conflitto che non si risolve: è un taglio. E quel taglio lo accompagna al fronte.

Arrivato in linea, Boghe viene attratto dagli Arditi, il reparto d’assalto che rappresenta il fronte più avanzato, più rischioso, più simbolico. Gli Arditi non sono solo soldati: sono un corpo che trasforma la guerra in rito. Lo storico Emilio Gentile ha scritto che «gli Arditi incarnano la sacralizzazione del coraggio», e Boghe entra in quella sacralità con convinzione. Non per gloria, ma per coerenza con ciò che crede.

Boghe: L’Ardito che fu ferito Sette Volte

Il suo matricolare originale — documento reale, conservato e consultabile — racconta una storia che non ha bisogno di enfasi: sette ferimenti e altrettanti ritorni al fronte. È una cifra che parla da sola. Ogni ferita è un corpo che si spezza; ogni ritorno è un corpo che si rialza. Non c’è retorica: c’è determinazione. C’è la volontà di non abbandonare il reparto, di non lasciare indietro i compagni, di non tradire l’idea che lo ha portato lì.

Boghe non è un eroe nel senso celebrativo del termine. È un giovane che ha scelto la parte più dura della guerra e che l’ha attraversata con una convinzione che oggi può apparire distante, ma che allora era reale, concreta, quotidiana. La sua storia non chiede giudizio: chiede comprensione. Chiede di essere guardata per ciò che è stata, non per ciò che vorremmo che fosse.

Boghe è la terza delle tre storie che hanno ispirato 1918 – Alla fine volarono liberi perché rappresenta ciò che la guerra spesso nasconde: la scelta. La scelta di partire, la scelta di restare, la scelta di tornare dopo ogni ferita. Se Luisa Zeni mostra la clandestinità e la cura, e Ghigo la prigionia e il viaggio, Boghe mostra il fronte e il corpo. Tre direzioni della guerra. Tre modi di attraversare il 1918. Tre voci che hanno reso necessario il libro.

E oggi, mentre 1918 – Alla fine volarono liberi è già disponibile, la storia di Boghe continua a interrogare chi la legge: non perché sia esemplare, ma perché è vera.

Francesco Bianchi

HOME – – – BLOG – – – BIOGRAFIA AUTORE

Acquista adesso su AMAZON o su SANTELLI STORE oppure in ogni libreria fisica e online del territorio.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *