Che cosa resta di una guerra quando i cannoni tacciono, i soldati tornano a casa e le generazioni che l’hanno vissuta scompaiono? Restano i monumenti, gli archivi, i bollettini militari, le fotografie ma soprattutto restano le parole.
Le parole scritte senza immaginare che un giorno sarebbero diventate documenti storici, magari in una trincea, in una camerata, in un ospedale militare. Le parole affidate a una lettera destinata a una madre, a una fidanzata, a un fratello.
È proprio da qui che prende avvio la prossima puntata di Memorie del Novecento (in diretta il 30 ottobre) dedicata a un tema tanto semplice quanto fondamentale: il rapporto tra memoria e testimonianza.
Il filosofo francese Paul Ricoeur, nel suo celebre volume La mémoire, l’histoire, l’oubli, scrive che la memoria non è soltanto conservazione del passato, ma un atto di riconoscimento. Ricordare significa riconoscere che qualcosa è realmente accaduto e che qualcuno l’ha vissuto. La memoria, secondo Ricoeur, non è un deposito immobile ma una relazione continua tra passato e presente. «La memoria è del passato», scrive, ma è sempre il presente a interrogarla.
È una riflessione che si adatta perfettamente ai diari e alle lettere della Grande Guerra.
Perché cosa sono, in fondo, queste testimonianze? Non semplici documenti. Non soltanto fonti storiche. Sono la prova concreta che dietro le grandi decisioni dei governi e i movimenti degli eserciti esistevano uomini con paure, speranze, nostalgie e fragilità. Uomini che non scrivevano per fare storia, ma per sopravvivere alla storia.

In un passaggio che gli studiosi citano spesso, Ricoeur afferma: «La testimonianza costituisce la struttura fondamentale della transizione fra memoria e storia.» È la frase che potrebbe essere utilizzata come sottotitolo dell’intera puntata.
La storia, infatti, nasce spesso da una testimonianza. E le testimonianze più autentiche sono proprio quelle che non cercano la retorica, infatti una lettera dal fronte non è scritta per i posteri, un diario di guerra non è pensato per uno storico ma sono semplicemente parole che nascono dall’urgenza di raccontare, di non sentirsi soli, di mantenere un legame con la vita lasciata alle spalle.
Sarà questo il filo che unirà due opere molto diverse ma profondamente complementari.
Da una parte 1918 alla fine volarono liberi, il volume scritto da me che ricostruisce, attraverso documenti, testimonianze e ricerca storica, l’ultimo anno della Grande Guerra e il destino di uomini e donne travolti da un conflitto che stava cambiando l’Europa.
Dall’altra il lavoro di Francesco Lucarelli dedicato a Giovanni Cipriani, pubblicazione che restituisce voce diretta a un protagonista di quella stagione attraverso una documentazione preziosa e autentica.
Accanto agli autori sarà presente anche la nipote di Ghigo, figura la cui memoria è stata custodita all’interno della famiglia prima ancora che dagli archivi. Ed è proprio questa dimensione familiare che restituisce ai documenti il loro significato più profondo: ogni lettera sopravvissuta, ogni diario conservato in una scatola, ogni fotografia custodita in un cassetto rappresenta una vittoria contro l’oblio.
Nel corso della trasmissione leggeremo e commenteremo alcuni brevi passaggi tratti dal diario di Ghigo e dalla corrispondenza di Giovanni Cipriani. Non lo faremo per inseguire l’emozione facile, ma per mostrare come la grande storia del Novecento possa essere compresa soltanto ascoltando le voci dei suoi protagonisti.
Seguite dunque la diretta da Radio Canale 7 / direttaRCsette su facebook il giorno venerdi 30 ottobre alle ore 15:30. Per rivedere/riascoltare le puntate precedenti: casadellamemoriadiprato.it

HOME – – – BLOG – – – BIOGRAFIA dell’AUTORE
Articolo de LA NAZIONE su “1918 – ALLA FINE VOLARONO LIBERI”

Lascia un commento