La fine dell’Impero italiano tra il 1941 e il 1947 non fu solo una sconfitta militare: fu un processo di rimozione collettiva, una strategia politica e culturale che trasformò una guerra di aggressione in un capitolo da dimenticare. La dissoluzione dell’Africa Orientale Italiana, la resa in Libia, la perdita della Somalia e dell’Eritrea, e infine il trattato di pace del 1947 segnarono la fine di un progetto coloniale costruito su violenza, razzismo e propaganda. Ma l’Italia scelse di non guardare indietro. Come scrisse Angelo Del Boca, «la fine dell’Impero fu l’inizio dell’oblio».

La sconfitta militare arrivò presto. Nel 1941, dopo la caduta di Cheren e di Addis Abeba, l’Africa Orientale Italiana cessò di esistere. Le truppe italiane si arresero in massa; migliaia di soldati finirono nei campi di prigionia britannici. La propaganda fascista, che aveva celebrato l’Impero come “destino di civiltà”, crollò in poche settimane. Ma la fine politica dell’Impero fu più lenta, più ambigua, più negoziata. Tra il 1943 e il 1947, l’Italia oscillò tra la volontà di conservare un ruolo in Africa e la necessità di accettare la realtà della sconfitta.

Il momento più emblematico della rimozione fu la dichiarazione del ministro degli Esteri Alcide De Gasperi nel 1946: «L’Italia non ha mai perseguito una politica di oppressione». Una frase che cancellava decenni di violenze, e che va compresa nel suo contesto politico, diplomatico e mediatico. Non fu un errore, né un’ingenuità: fu una scelta politica precisa.

Nel 1946 l’Italia era un Paese sconfitto, occupato, delegittimato, che doveva presentarsi alla Conferenza di Pace come una nazione “nuova”, democratica, non compromessa con il fascismo. Per farlo, De Gasperi doveva negare la continuità tra Italia liberale, fascista e repubblicana, dissociare l’Italia democratica dai crimini coloniali, ottenere condizioni meno dure nel trattato di pace, evitare richieste di estradizione per i responsabili delle stragi in Etiopia e Libia, e soprattutto mantenere un ruolo in Africa, in particolare in Somalia. La frase fu pronunciata davanti ai giornalisti italiani e stranieri, in una conferenza stampa preparata con cura dal Ministero degli Esteri. Le principali testate che la riportarono furono il Corriere della Sera (12 settembre 1946), La Stampa (13 settembre 1946), Il Popolo (organo della DC, 14 settembre 1946), e all’estero The Times e Le Monde, che la citarono come esempio della “nuova retorica italiana”.

La stampa italiana la accolse con favore: era funzionale alla narrazione nazionale del dopoguerra. La stampa estera la riportò con cautela, ma senza contestarla apertamente: la Guerra Fredda stava iniziando, e l’Italia era considerata un alleato strategico. Perché mentire così apertamente? Perché la verità avrebbe avuto conseguenze enormi: l’Italia avrebbe dovuto riconoscere l’uso dell’iprite, ammettere le stragi di Addis Abeba 1937 e Debre Libanos, accettare richieste di estradizione per Graziani, Badoglio e Pirzio Biroli, affrontare richieste di risarcimento da Etiopia, Eritrea, Somalia e Libia, e rinunciare a ogni ruolo in Africa.

Dire la verità avrebbe significato pagare un prezzo politico, economico e morale che l’Italia non era disposta a pagare. La frase di De Gasperi fu accolta come un sollievo: la società italiana del dopoguerra non voleva affrontare il passato coloniale, voleva ricostruire, dimenticare, andare avanti. Come scrisse Del Boca, «la frase di De Gasperi fu la pietra angolare della rimozione coloniale italiana».

La più nota delle amnistie fu l’Amnistia Togliatti del 1946, che estinse pene per collaborazionismo e reati politici, ma che nella pratica divenne un colpo di spugna anche per molti responsabili di crimini coloniali. Magistrati non epurati interpretarono il decreto in modo estensivo, liberando funzionari, ufficiali e miliziani coinvolti in stragi in Etiopia, Eritrea e Somalia. Del Boca osserva: «L’amnistia fu applicata come se i crimini coloniali non fossero mai esistiti». Non ci furono processi per l’uso dei gas, per le stragi, per le deportazioni in Libia: tutto fu assorbito nella “pacificazione nazionale”.

Tra il 1941 e il 1947, la stampa italiana parlò pochissimo dell’Impero perduto. I giornali del dopoguerra, impegnati nella ricostruzione democratica, evitarono il tema. Le scuole non parlarono delle guerre d’Africa; i manuali ridussero il colonialismo a poche righe. Come nota Alessandro Triulzi, «la memoria coloniale italiana è fatta più di omissioni che di ricordi». La rimozione fu la terza fase. Tra il 1945 e il 1947, mentre si negoziava il trattato di pace, l’Italia tentò di conservare un ruolo in Africa. Il governo De Gasperi chiese di mantenere l’amministrazione fiduciaria della Somalia, sostenendo che l’Italia aveva “competenze tecniche” e “legami storici” con la regione, una narrazione che ignorava le violenze del passato.

Nel 1949, l’ONU affidò all’Italia l’amministrazione fiduciaria della Somalia per dieci anni: un caso unico nella storia coloniale. La rimozione riguardò anche i protagonisti del colonialismo. Ufficiali come Rodolfo Graziani, Pietro Badoglio e Alessandro Pirzio Biroli, responsabili di stragi e deportazioni, non furono mai processati. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti, impegnati nella Guerra Fredda, preferirono non destabilizzare l’Italia. Come scrisse Ian Campbell, «la giustizia internazionale sacrificò l’Etiopia alla stabilità europea». I fascicoli sui crimini coloniali furono archiviati; molte testimonianze etiopi non furono mai ascoltate. La fine dell’Impero fu anche una fine culturale. Le parole “Etiopia”, “Libia”, “Eritrea”, “Somalia” scomparvero dal discorso pubblico. Le città italiane conservarono vie e monumenti dedicati alle guerre coloniali, ma senza spiegazioni. La memoria si trasformò in toponomastica neutra. Le famiglie conservarono fotografie e lettere dei parenti partiti per l’Africa, ma raramente parlarono delle violenze. La rimozione divenne un fatto domestico, quotidiano. Come scriveva Del Boca, «gli italiani hanno preferito ricordare il sole dell’Africa, non le ombre che vi hanno lasciato». Il trattato di pace del 1947 chiuse formalmente la storia dell’Impero. L’Italia rinunciò a tutte le colonie, riconobbe l’indipendenza dell’Etiopia, accettò la perdita della Libia e dell’Eritrea. Ma la memoria non fu mai affrontata: nessuna commissione d’inchiesta, nessun processo, nessun dibattito pubblico. La fine dell’Impero fu un atto amministrativo, non un’elaborazione storica.

Raccontare oggi la fine dell’Impero significa restituire complessità a una storia che l’Italia ha scelto di non vedere, interrogare le amnistie, i silenzi, le rimozioni, riconoscere che la democrazia repubblicana nacque anche da un oblio.

Francesco Bianchi

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