“Italiani brava gente” è una delle narrazioni più potenti e durature della storia nazionale. Non nasce con la Resistenza, né con il dopoguerra: affonda le sue radici nel colonialismo, nella propaganda fascista e nella necessità, dopo il 1945, di costruire un’identità nazionale innocente. È un mito che ha riscritto la storia, cancellato responsabilità, attenuato violenze, trasformato aggressori in vittime e occupanti in “civilizzatori”. Come scrive Angelo Del Boca, «il mito degli italiani brava gente è stato il più efficace strumento di rimozione del nostro passato coloniale».
Il mito nasce già negli anni Trenta, quando la propaganda fascista presenta la conquista dell’Etiopia come un’opera di “civilizzazione”, un dono portato a un popolo “arretrato”. Le immagini dell’Istituto Luce mostrano soldati che distribuiscono pane, curano bambini, costruiscono strade. La violenza — gas, fucilazioni, campi di concentramento, punizioni collettive — viene nascosta dietro un’estetica paternalista. È qui che si forma l’idea che gli italiani, anche quando fanno la guerra, lo fanno “con umanità”. Una narrazione che non ha alcun fondamento storico, ma che diventa un pilastro dell’immaginario nazionale.

La guerra d’Etiopia (1935‑1936) è il laboratorio perfetto di questo mito. Mentre l’aviazione italiana bombarda con l’iprite, mentre Graziani ordina la strage di Debre Libanos e la repressione di Addis Abeba 1937, la propaganda racconta un’altra storia: quella dei soldati che “portano il progresso”. È un rovesciamento totale della realtà. Ma funziona. Funziona perché rassicura, perché costruisce un’identità nazionale positiva, perché permette agli italiani di sentirsi diversi dalle altre potenze coloniali europee. Funziona perché è più facile credere a una favola che guardare in faccia la violenza.
Il mito diventa centrale nel dopoguerra, quando l’Italia deve presentarsi alla Conferenza di Pace del 1946‑47. È qui che Alcide De Gasperi pronuncia la frase decisiva: «L’Italia non ha mai perseguito una politica di oppressione». Una frase che riscrive la storia, che cancella decenni di violenze in Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia. Una frase che non è un errore, ma una strategia: serviva a evitare estradizioni, risarcimenti, processi per crimini di guerra. Serviva a presentare l’Italia come vittima del fascismo, non come potenza coloniale. I giornali italiani — Corriere della Sera, La Stampa, Il Popolo — la riportano senza contestarla. La stampa internazionale la cita con cautela. Nessuno la smonta. Il mito si consolida.

L’Amnistia Togliatti del 1946 completa l’opera. Non solo estingue i reati politici del fascismo, ma diventa un colpo di spugna anche per i crimini coloniali. Nessun processo per l’uso dei gas, nessun processo per le stragi, nessun processo per le deportazioni in Libia. Graziani, Badoglio, Pirzio Biroli, Roatta: nessuno paga. La giustizia internazionale, impegnata nella nascente Guerra Fredda, preferisce non destabilizzare l’Italia. La rimozione diventa politica di Stato.
Il mito degli italiani brava gente entra anche nella cultura popolare. I film degli anni Cinquanta e Sessanta — La grande guerra, Tutti a casa, Il federale — raccontano un italiano vittima, ingenuo, buono, trascinato dagli eventi. Il colonialismo non esiste. Le guerre d’Africa non esistono. Le stragi non esistono. L’Italia diventa un Paese che “non voleva la guerra”, che “non ha fatto male a nessuno”, che “ha sempre aiutato i più deboli”. È una narrazione rassicurante, che permette di evitare il confronto con il passato. Come scrive Alessandro Triulzi, «la memoria coloniale italiana è fatta più di silenzi che di parole».
All’interno di questa lunga rimozione nazionale, il mito degli “italiani brava gente” ha continuato a funzionare perché offriva una scorciatoia emotiva, una via d’uscita comoda per tutti. Comodo per la politica, che poteva evitare di affrontare il passato coloniale senza pagare costi elettorali o morali. Comodo per la scuola, che per decenni ha relegato il colonialismo a poche righe marginali nei manuali, trasformandolo in un episodio minore, quasi folkloristico. Comodo per le famiglie, che hanno potuto ricordare il nonno “in Africa” come un avventuriero romantico, un costruttore di strade, un uomo di buona volontà, senza interrogarsi sul sistema di violenza di cui faceva parte. Comodo per la società intera, che ha potuto continuare a percepirsi come moralmente superiore, diversa dalle altre potenze europee, immune dalle responsabilità più dure della storia.
Ma proprio questa comodità rende il mito pericoloso. Perché impedisce di capire il presente, di leggere le continuità tra passato coloniale e immaginari contemporanei. Perché cancella la voce delle vittime, sostituendola con un racconto autoassolutorio. Perché trasforma la storia in propaganda, in una narrazione nazionale rassicurante che non ha nulla a che vedere con i fatti. Perché alimenta un nazionalismo innocente, un’identità costruita sull’idea che “noi non siamo come gli altri”, quando la documentazione storica dimostra il contrario. E soprattutto perché impedisce di riconoscere che il colonialismo italiano fu violento, razzista, sistemico, e che non esistono versioni “morbide” o “umanitarie” di un progetto fondato sulla conquista e sulla gerarchia razziale.
Smontare questo mito significa restituire complessità alla storia. Significa riconoscere che l’Italia non fu diversa dalle altre potenze coloniali, che partecipò pienamente alla logica dell’impero e della violenza. Significa ascoltare le fonti etiopi, libiche, somale, eritree, che raccontano un’altra storia, spesso ignorata. Significa leggere i documenti militari, le testimonianze, le fotografie censurate, le carte che mostrano ciò che la memoria pubblica ha preferito non vedere. Significa, in definitiva, guardare negli occhi ciò che siamo stati per capire ciò che siamo diventati: un Paese che ha costruito la propria identità democratica anche attraverso un oblio, e che oggi ha l’occasione — e la responsabilità — di colmarlo.


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