Anticipazione della puntata di venerdì 6 novembre di “Memorie del Novecento” su Radio Canale 7 (diretta ore 15:30).

Durante la Prima guerra mondiale nacque la propaganda come la intendiamo ancora oggi; sono cambiati i mezzi, le tecnologie, i linguaggi e le piattaforme, ma la sua funzione è rimasta sorprendentemente simile: orientare il consenso, definire il nemico, costruire appartenenza, trasformare una visione politica in una narrazione collettiva.

La Grande Guerra rappresentò uno spartiacque decisivo. L’Italia entrò nel conflitto nel maggio 1915 senza un entusiasmo popolare generalizzato. Contadini, operai e gran parte delle masse rurali guardarono inizialmente alla guerra con diffidenza. Furono invece le élite politiche, giornalistiche e culturali a costruire una narrazione capace di trasformare una scelta controversa in una missione nazionale. Nacque così una macchina propagandistica moderna che agiva contemporaneamente sulla costruzione del nemico, sull’esaltazione del patriottismo, sulla censura delle informazioni scomode e sulla creazione di un immaginario eroico spesso distante dalla realtà delle trincee.

Tra i protagonisti di questa mobilitazione delle coscienze emerse Gabriele D’Annunzio, capace di trasformare il discorso politico in una vera e propria liturgia civile. Le sue orazioni presentarono la guerra come il naturale completamento del Risorgimento, trasformando Trento e Trieste in simboli di una missione storica nazionale. In uno dei suoi interventi più celebri proclamò: «Beati coloro che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.» Il sacrificio individuale veniva elevato a forma di redenzione collettiva. La guerra cessava di essere un conflitto politico e diventava una missione morale.

Accanto all’esaltazione patriottica agiva un altro meccanismo destinato a diventare un classico della propaganda contemporanea: la costruzione del nemico. L’austriaco non veniva raccontato come un semplice avversario militare, ma come l’oppressore storico dell’italianità. Manifesti, giornali, cartoline e testi scolastici contribuivano a semplificare una realtà complessa in uno schema facilmente comprensibile: da una parte il bene, dall’altra il male; da una parte gli italiani da liberare, dall’altra il dominatore straniero.

Lo storico George L. Mosse definì questi processi come la costruzione del «mito dell’esperienza di guerra», una narrazione capace di attribuire significato eroico a una tragedia collettiva. Non si trattava semplicemente di vincere una guerra, ma di dare forma alla memoria che sarebbe sopravvissuta alla guerra stessa. Come osservò molti anni dopo Piero Calamandrei: «Noi imparammo ad amare la patria attraverso una retorica che spesso ci nascondeva la realtà.»

Una riflessione che mantiene una straordinaria attualità. Perché se guardiamo al presente ci accorgiamo che molti dei meccanismi fondamentali sono rimasti gli stessi. Quando gli storici analizzeranno il fenomeno politico di Donald Trump, probabilmente dedicheranno grande attenzione non soltanto alle sue decisioni politiche ma soprattutto al modo in cui ha trasformato la comunicazione pubblica. La sua strategia si è basata sul controllo della narrazione, sulla mobilitazione emotiva, sul richiamo all’identità nazionale e sulla costante delegittimazione dell’avversario.

La formula della fake news non ha rappresentato semplicemente una contestazione delle notizie. È diventata uno strumento per mettere in discussione l’autorevolezza stessa delle fonti tradizionali. Se una parte dell’opinione pubblica smette di fidarsi dei giornali, delle televisioni o delle istituzioni che producono informazione, il leader può instaurare un rapporto diretto con i propri sostenitori. Cambia il mezzo, ma il principio rimane sorprendentemente simile a quello delle campagne propagandistiche del Novecento.

Anche la costruzione del nemico continua a occupare una posizione centrale. Nella propaganda della Grande Guerra il nemico era l’austriaco. Nella comunicazione contemporanea può essere il giornalista, l’avversario politico, l’immigrato, la burocrazia, l’élite culturale o un’istituzione percepita come ostile. Cambiano i protagonisti, ma resta invariata la funzione: rafforzare il senso di appartenenza attraverso l’individuazione di una minaccia.

È in questo contesto che assume particolare interesse anche il caso dell’avvocato pratese Lorenzo Maria Marchi, già assessore a Prato e successivamente coinvolto nello staff di consiglieri di Donald Trump per il Medio Oriente, collaborando con Jared Kushner. Un episodio che dimostra come le dinamiche della comunicazione politica globale possano intrecciarsi, talvolta in modo sorprendente, con storie e percorsi che partono dal nostro territorio.

La storia della propaganda insegna una lezione preziosa. Il consenso non nasce soltanto dalla forza delle idee. Nasce dalla capacità di raccontarle. Nasce dalle immagini, dalle emozioni, dalle parole che riescono a trasformare una comunità in un corpo compatto e a definire chi appartiene a quel corpo e chi ne resta escluso.

Per questo studiare la propaganda della Grande Guerra non significa soltanto guardare indietro. Significa imparare a comprendere il presente. Le trincee non esistono più e i manifesti hanno lasciato il posto agli schermi degli smartphone ma la battaglia per conquistare le coscienze continua a essere una delle guerre più importanti del nostro tempo.

Francesco Bianchi

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