La guerra distrugge molte cose: distrugge corpi, case, paesaggi, amicizie. Ma prima ancora distrugge il tempo, infatti in guerra i giorni smettono di essere giorni, diventano attese, marce, bombardamenti, fame, paura. Forse è proprio per questo che tanti soldati sentono il bisogno di scrivere, non tanto per fare letteratura o per lasciare un messaggio ai posteri ma per non sparire, per ricordarsi di essere uomini quando tutto intorno cerca di trasformarli in numeri.
È la sensazione che si prova leggendo il diario di Ghigo, giovane soldato del reparto Salmeria catturato dopo la disfatta di Caporetto. Le sue pagine non hanno nulla di eroico nel senso tradizionale del termine, non raccontando assalti gloriosi o imprese eccezionali. Raccontano semplicemente la sopravvivenza ed è proprio questo a renderle straordinarie.
Quando Ghigo prende la penna, non sta scrivendo la storia della guerra, sta scrivendo la propria lotta quotidiana contro l’annientamento. Dalle prime pagine emerge subito il trauma della cattura quando, il 25 ottobre 1917, annota: «La notte a mezzanotte cominciò il bombardamento austriaco. Notte d’inferno, cattiva stagione e bufera di proiettili di ogni calibro senza tregua.»
Le parole sono semplici, asciutte ed è proprio per questo colpiscono. Non c’è alcuna ricerca stilistica, c’è semplicemente un uomo che cerca di fissare sulla carta ciò che gli è accaduto prima che la memoria lo cancelli. Dopo la cattura arriva la marcia della prigionia. In una delle pagine conservate del diario, Ghigo annota: «Cammino lungo senza mangiare dal giorno avanti.»
Quasi non servirebbe altro. In sei parole c’è l’essenza della condizione del prigioniero: fame, fatica, debolezza. Ma anche la volontà di registrare tutto, di non lasciare che la sofferenza si perda nel silenzio. Particolarmente impressionante è il modo in cui descrive il viaggio verso i campi di concentramento prigionieri. A un certo punto scrive: «Credevamo di aver finito i patimenti invece comincia davvero la via Crucis.»

È un’espressione che ritorna spesso nelle memorie dei prigionieri della Grande Guerra. Ma qui non appare come una figura retorica, è la definizione esatta di quello che sta vivendo: gli vengono tolti gli abiti migliori, le scarpe, le coperte. I prigionieri vengono caricati sui convogli e trasferiti verso l’Europa orientale. La fame diventa la vera protagonista del racconto.
«Eravamo anime viventi tanto per non farci morire di fame.» La frase è straordinaria. Non si definisce più soldato, non si definisce più uomo. Si definisce un’anima che continua a respirare.
Eppure il diario di Ghigo non è soltanto dolore. Questo è l’aspetto che più mi ha colpito durante lo studio delle sue pagine: anche nelle condizioni peggiori continua a osservare. Attraversa Lubiana, Graz, Vienna, Budapest, la Galizia, la Bucovina. Attraversa un’Europa devastata dalla guerra. E continua a guardare. Quando arriva a Budapest scrive: «Città bellissima che non lo credevo.»
È una frase quasi commovente. Un uomo affamato, sporco, coperto di pidocchi, deportato verso un campo di prigionia, riesce ancora a stupirsi davanti alla bellezza di una città.
Forse è proprio questo il motivo per cui i soldati scrivono i diari: Non per raccontare la guerra ma per salvare ciò che della guerra non appartiene alla guerra come un tramonto, un incontro, uno scorcio di città o un ricordo di casa.
Le pagine di Ghigo mostrano continuamente questo doppio movimento. Da una parte l’abisso della prigionia, dall’altra la volontà ostinata di restare umano. Quando racconta il trasporto nei vagoni bestiame scrive: «40 per vagone da bestie con due sentinelle peggiori di quelle che misero Cristo in croce.»
È una frase durissima, nata dalla sofferenza. Ma subito dopo il racconto riprende a registrare paesaggi, città, persone come se la scrittura fosse una forma di resistenza. Lo storico Jay Winter ha scritto che i diari della Grande Guerra rappresentano «una battaglia contro l’oblio» ed è una definizione perfetta per le pagine di Ghigo che difendono una memoria.
Oggi, a oltre un secolo di distanza, quelle righe ci parlano ancora perché non sono state scritte per la storia ma per sopravvivere. La storia di Ghigo, il suo viaggio dalla prigionia dopo Caporetto fino ai campi dell’Europa orientale e al lavoro forzato presso le ferrovie vicino al fronte russo, è una delle vicende che hanno ispirato il mio romanzo storico 1918 – Alla fine volarono liberi, nato proprio dall’incontro con testimonianze autentiche come questa, nelle quali la grande storia torna ad avere un volto e una voce.
Leggi l’articolo de LA NAZIONE su “1918 – alla fine volarono liberi”
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