La Liberazione di Prato non è un episodio isolato: è la conclusione di una sequenza di giorni in cui la città vive insieme paura, coraggio, improvvisazione, violenza e una consapevolezza crescente che la guerra sta finendo, ma non è ancora finita. Per capire il 6 settembre 1944 bisogna tornare indietro di poche ore, quando la città è ancora sotto controllo tedesco e la tensione è altissima. Lo storico Francesco Neri, che ha studiato le carte del comando tedesco di Firenze, scrive che «nelle ultime settimane prima della ritirata, i reparti tedeschi reagivano con brutalità crescente a ogni segnale di ostilità civile». È esattamente ciò che accade a Prato.

Prima della strage: la scintilla che accende la rappresaglia

Il 5 settembre 1944 alcuni gruppi partigiani pratesi — in particolare uomini della Brigata Buricchi e della Brigata Bozzi — colpiscono una colonna tedesca in ritirata lungo la direttrice che porta verso la Calvana. Non si tratta di un grande scontro: è un’azione rapida, mirata, condotta con armi leggere. Le fonti dell’Istituto Storico della Resistenza Toscana riportano che vennero uccisi due soldati tedeschi e feriti altri tre. È un numero piccolo, ma sufficiente a scatenare una reazione sproporzionata. Un rapporto tedesco conservato nell’Archivio di Stato di Firenze parla di «attacco da parte di elementi ribelli» e ordina «misure immediate di punizione».

Un dettaglio poco noto emerge da una testimonianza raccolta negli anni ’70 da Giovanni Conti, storico locale: uno dei soldati tedeschi feriti era un sottufficiale della Feldgendarmerie, e questo rese la rappresaglia ancora più dura. Le unità di polizia militare tedesca erano infatti particolarmente sensibili a qualsiasi attacco, e spesso rispondevano con esecuzioni collettive.

La decisione viene presa in poche ore: colpire civili, colpire duramente, colpire subito. Non per ragioni militari, ma per logica di terrore.

La strage dei 29 martiri: la violenza come messaggio

La mattina del 6 settembre 1944, i tedeschi rastrellano decine di uomini nella zona di Piazza Santa Maria delle Carceri, via del Seminario, via Magnolfi, via Pugliesi. Non cercano partigiani: cercano ostaggi. Lo storico Enzo Catarsi, che ha ricostruito la lista dei nomi, scrive che «la selezione fu casuale: i tedeschi volevano un numero, non dei colpevoli».

I 29 uomini vengono portati al podere La Macine, lungo il Bisenzio. Qui avviene la fucilazione. Le testimonianze raccolte nel dopoguerra parlano di un plotone misto: soldati della Wehrmacht e uomini della Feldgendarmerie. Un documento tedesco, rinvenuto nel 1954, conferma che l’ordine fu eseguito «per rappresaglia immediata».

Tra i 29 ci sono operai, artigiani, commercianti, un maestro, un ragazzo di 16 anni. Nessuno è armato. Nessuno è processato. Nessuno è accusato formalmente.

Secondo una testimonianza raccolta da Giuseppe Matulli, uno dei fucilati — Gino Bartolini — sopravvive per alcune ore, ferito gravemente, e viene trovato da contadini della zona che tentano di soccorrerlo. Muore prima che arrivi aiuto. È una delle storie che mostrano la brutalità e l’assurdità della rappresaglia.

La città apprende la notizia nel pomeriggio. Non c’è tempo per elaborare: la guerra sta cambiando direzione.

La Liberazione: quando arrivano i sudafricani

Il 6 settembre, poche ore dopo la strage, arrivano a Prato i reparti sudafricani della 6th South African Armoured Division, parte dell’VIII Armata britannica. È un dettaglio spesso citato, ma raramente approfondito. Lo storico militare Ian Gleeson, che ha studiato i diari di guerra sudafricani, scrive che «Prato fu liberata da unità che avevano combattuto in Nordafrica e che erano abituate a avanzare rapidamente nelle città italiane».

I sudafricani entrano da ovest, lungo la via Pistoiese, dopo aver superato la linea difensiva tedesca tra Poggio a Caiano e Tavola. Non trovano resistenza: i tedeschi sono già in ritirata verso la Calvana.

Un episodio poco noto: il diario del Captain J. H. Theron, conservato al South African National Defence Force Archive, riporta che «gli abitanti di Prato erano sconvolti da una notizia terribile: la fucilazione di civili avvenuta poche ore prima». È una delle pochissime testimonianze alleate che menzionano direttamente la strage dei 29 martiri.

I sudafricani non si fermano a lungo: avanzano verso Montemurlo e poi verso la linea gotica. Ma il loro passaggio segna la fine dell’occupazione tedesca e l’inizio della liberazione della città.

Perché la Liberazione di Prato è diversa da altre liberazioni toscane

Tre elementi la rendono unica:

  • la rappresaglia immediata, avvenuta poche ore prima dell’arrivo degli alleati;
  • la casualità totale della selezione degli ostaggi;
  • la presenza di un reparto alleato non britannico né americano, ma sudafricano, un caso raro nella Toscana centrale.

Lo storico Giovanni Cipriani ha scritto che «la Liberazione di Prato è una liberazione ferita: arriva troppo tardi per salvare i 29, ma abbastanza presto per impedire altre rappresaglie».

È una frase che riassume tutto: la città viene liberata nel momento esatto in cui la violenza tedesca raggiunge il suo apice.

Vi aspetto domenica 6 settembre, al Giardino Buonamici, ore 18:00 all’evento: “Raccontare la Liberazione” per parlarne con voi.

Francesco Bianchi

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