Raccontare Curzio Malaparte significa confrontarsi con una delle personalità più complesse, irrequiete e contraddittorie della storia italiana del Novecento. Significa rinunciare fin dall’inizio a ogni semplificazione. Malaparte non fu un eroe puro, né un intellettuale lineare, né un coerente uomo politico. Fu, al contrario, un personaggio attraversato da continue tensioni, capace di passare dall’entusiasmo repubblicano giovanile all’adesione al fascismo, dalla militanza nel regime alla critica feroce del regime stesso, fino a diventare uno dei più straordinari narratori della distruzione morale dell’Europa. E forse proprio per questo la sua vicenda continua a interrogare chiunque si occupi di memoria e storia.
Tutto comincia a Prato, dove il giovane Kurt Erich Suckert cresce in una città industriale e culturalmente vivace, frequenta il Convitto Nazionale Cicognini e si avvicina agli ambienti repubblicani e interventisti. Le fonti biografiche concordano nel ricordare che allo scoppio della Prima guerra mondiale, ancora sedicenne, lasciò la famiglia per arruolarsi nella Legione Garibaldina organizzata da Peppino Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi, destinata a combattere in Francia contro la Germania quando l’Italia era ancora neutrale.
Nelle foreste delle Argonne il giovanissimo Malaparte incontra per la prima volta la guerra vera. Non quella celebrata dalla retorica patriottica, ma quella delle trincee, del fango, dell’artiglieria e della morte. Il 26 dicembre 1914 la Legione affronta il suo battesimo del fuoco a Bois de Bolante e perde tra gli altri Bruno Garibaldi; pochi giorni dopo cadrà anche Costante Garibaldi. È difficile stabilire quanto questa esperienza incida immediatamente sul giovane volontario, ma è impossibile non vedere come tutta la futura opera di Malaparte sia attraversata dalla consapevolezza che dietro ogni idealismo si nasconda una realtà molto più brutale e complessa.

Ed è qui che emerge il primo nodo della sua biografia. Perché il ragazzo delle Argonne non diventa un pacifista. Non diventa neppure un democratico nel senso classico del termine. Una volta terminata la guerra, Malaparte aderisce al fascismo. Il dato va affrontato senza reticenze. Nei primi anni Venti egli vede nel movimento mussoliniano non tanto una restaurazione autoritaria quanto una rivoluzione nazionale capace di abbattere le vecchie classi dirigenti liberali. In questo non è un’eccezione. Una parte significativa dei reduci della Grande Guerra percepisce il fascismo nascente come una risposta alla crisi dello Stato liberale e alla delusione del dopoguerra. Lo stesso Malaparte si iscrive al Partito Nazionale Fascista, partecipa alla vita politica del movimento e ne diventa uno degli intellettuali più brillanti e originali.
La sua adesione al regime è reale, ma è anche tormentata e continuamente attraversata da tensioni. Lo storico Emilio Gentile ha più volte evidenziato come una parte del fascismo delle origini fosse composta da uomini che immaginavano una rivoluzione antiborghese e modernizzatrice molto diversa dal regime che si sarebbe consolidato negli anni Trenta. Malaparte appartiene a questo universo. Quando comprende che il fascismo sta diventando un sistema di potere sempre più burocratico, gerarchico e conservatore, entra progressivamente in conflitto con i vertici del regime. Le sue critiche a Mussolini, le sue posizioni indipendenti e soprattutto la pubblicazione di Tecnica del colpo di Stato contribuiscono a isolarlo e a procurargli anni di confino.
Ed è proprio questa tensione a rendere Malaparte una figura storicamente interessante. La sua vita racconta molte delle illusioni del Novecento. Il giovane garibaldino delle Argonne incarna la generazione che parte convinta di poter cambiare il mondo attraverso la guerra. Il fascista degli anni Venti rappresenta la delusione del dopoguerra e la ricerca di nuove risposte politiche. Lo scrittore degli anni Trenta e Quaranta diventa invece uno dei più spietati osservatori della catastrofe europea. In libri come Kaputt e La pelle non c’è più nulla dell’ottimismo giovanile. Non c’è più la fiducia nella redenzione attraverso la guerra. Rimane soltanto la descrizione impietosa di un continente che ha distrutto se stesso. Per questo la figura di Malaparte continua a essere così attuale. Perché obbliga a confrontarsi con una verità scomoda: gli uomini non sono mai soltanto le loro idee migliori. Né soltanto i loro errori peggiori. Nel giovane volontario delle Argonne convivono già il patriota, il ribelle, il futuro fascista, il dissidente e il grande scrittore. Ed è probabilmente questo intreccio di grandezza e contraddizione a renderlo uno dei personaggi più autenticamente novecenteschi che Prato abbia mai espresso. Celebrarlo senza ricordarne le ombre sarebbe un errore. Condannarlo senza comprenderne la complessità sarebbe un errore ancora più grande. La sua vicenda non è un monumento da venerare né un processo da celebrare: è una lente attraverso cui osservare le speranze, gli abbagli e le tragedie di un intero secolo. E tutto ebbe inizio quando un ragazzo del Cicognini lasciò Prato per seguire, nelle Argonne, l’ultimo sogno dei garibaldini.
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