Dogali 1887: sconfitta shock che ha cambiato l’Italia – il trauma coloniale, la crisi del governo e l’ascesa del revanscismo nazionale

Dogali, 26 gennaio 1887. Cinquecentoquarantotto soldati italiani cadono sotto i colpi delle truppe di Ras Alula, e in quel momento l’Italia scopre la propria fragilità. La notizia arriva a Roma come un colpo sordo, un trauma che non si può minimizzare. Il governo Depretis, già logorato da anni di trasformismo, reagisce con esitazione: comunicati prudenti, informazioni parziali, un tentativo maldestro di contenere l’impatto politico. Ma la verità è che Dogali non è solo una sconfitta militare: è una crepa che attraversa il governo, il Parlamento, la stampa, l’opinione pubblica. L’opposizione coglie immediatamente la portata dell’evento e accusa il governo di improvvisazione, di aver mandato uomini allo sbaraglio, di aver inseguito un progetto coloniale senza strategia né visione. Si chiedono inchieste, responsabilità, trasparenza. La sinistra radicale parla apertamente di “avventura mal calcolata”, mentre la destra più conservatrice, pur criticando la gestione, inizia a evocare la necessità di un riscatto nazionale. La stampa autorevole si divide: La Nazione e La Stampa oscillano tra cordoglio e richieste di fermezza, Il Secolo e La Perseveranza denunciano l’impreparazione politica e militare, mentre i giornali più nazionalisti trasformano Dogali in un simbolo di offesa da vendicare. È qui che nasce il linguaggio del revanscismo nazionale, un sentimento che crescerà negli anni successivi e che troverà terreno fertile in un Paese ancora alla ricerca di un’identità internazionale. In Parlamento, i politici del tempo si muovono tra retorica patriottica e calcoli di sopravvivenza: molti invocano una risposta forte per non apparire deboli, altri temono che un’escalation possa trascinare l’Italia in un conflitto più grande. Depretis, stanco e malato, tenta di tenere insieme tutto, ma Dogali ha già scavato un solco profondo. La sua autorità è compromessa e la caduta del governo, pochi mesi dopo, è anche figlia di quel trauma.

Quando Depretis muore nel luglio 1887, il testimone passa ad Francesco Crispi, e qui la storia cambia direzione. Crispi interpreta Dogali non come un monito alla prudenza, ma come una ferita da trasformare in orgoglio nazionale. Dove Depretis aveva tentato di contenere, Crispi rilancia. Il nuovo governo inaugura una politica coloniale più decisa, più aggressiva, più ideologica: rafforzamento delle posizioni in Eritrea, aumento delle spese militari, una retorica patriottica che presenta la presenza italiana in Africa come un destino naturale, quasi inevitabile. Dogali diventa il simbolo di ciò che “non deve più accadere”, e allo stesso tempo il pretesto per giustificare un’espansione più ampia. La stampa nazionalista trova in Crispi un interprete perfetto, mentre gli oppositori denunciano il rischio di trasformare una sconfitta in un mito tossico. Ma il vento è cambiato: l’Italia vuole mostrarsi forte, moderna, capace di competere con le altre potenze europee. E così, paradossalmente, Dogali — una sconfitta — diventa il motore di una politica coloniale più ambiziosa, che porterà l’Italia verso nuove tensioni, nuove illusioni e, pochi anni dopo, verso un’altra ferita: Adua 1896.

Gli storici di oggi concordano sul fatto che Dogali fu un trauma fondativo: rivelò la distanza tra propaganda e realtà, tra ambizioni e capacità, tra desiderio di prestigio e fragilità strutturale. Ma rivelò anche un tratto profondo della politica italiana: la tendenza a trasformare le sconfitte in miti, le ferite in orgoglio, gli errori in rivalsa. Dogali non fu solo un eccidio: fu uno specchio. E ciò che l’Italia vide, allora come oggi, non fu semplice da accettare. Ma è proprio per questo che la memoria continua a parlarci: perché ci obbliga a guardare ciò che preferiremmo dimenticare.

Francesco Bianchi

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