Quando ho iniziato a scrivere Tigri e colonie, non immaginavo che quel lavoro di memoria – nato da una ferita storica quasi rimossa – avrebbe trovato così tanti lettori, così tanti luoghi, così tante voci pronte a riconoscerne il valore. Ogni premio, ogni segnalazione, ogni invito pubblico è diventato per me una conferma: questa storia non era solo necessaria, era attesa.
Negli ultimi mesi il romanzo ha raccolto riconoscimenti che mi hanno sorpreso e commosso: la Menzione d’onore della giuria al Premio “La Ginestra” di Firenze, il Premio Speciale della Giuria al Victoria 3.0 (2025), l’ingresso nella sestina finalista del Premio I Murazzi 2026, la finale al Contropremio Carver 2025, la segnalazione al Premio Internazionale Europa in versi 2026, il terzo posto al Premio Lilly Brogi, il secondo posto al Premio Il Narratore 2025, il terzo posto al concorso La Quercia del Myr.
Poi è arrivata un’altra notizia, inattesa come un regalo che non avevo chiesto: Tigri e colonie si è classificato al terzo posto nella sezione “Opera Edita” del Premio Letterario “Nero su Bianco – Mino De Blasio” ma, mentre ancora metabolizzavo questa gioia, ne è arrivata un’altra: il romanzo ha ottenuto anche il terzo posto al Premio Nazionale Albiatum, con premiazione il 27 giugno ad Albiate (Monza). Un riconoscimento che mi onora profondamente, perché arriva da una giuria attenta alla memoria civile e alla narrativa che interroga il presente attraverso il passato.
Perché continuo a raccontare questa storia
Tutto nasce da un episodio reale, quasi dimenticato. Nel maggio del 1940 un bando fascista invitò i coloni italiani della Libia a mandare i propri figli in Italia per una “vacanza” di tre mesi. Poco dopo, tredicimila bambini salparono da Tripoli su otto navi. Mussolini li salutò con parole che oggi suonano come una beffa: “Torneranno più forti e coraggiosi di prima.”
Non tornarono dopo tre mesi. Tornarono – chi tornò – dopo cinque anni di guerra, propaganda, spostamenti forzati, silenzi.
Nel romanzo seguo tre di quei bambini, figli di Attilio, e intreccio le loro vite con alcuni dei fronti più drammatici del conflitto: le Tigri indiane sulla Linea Gustav, i partigiani della Valbormida, le attese e le paure dei giorni della Liberazione. Ho cercato di restituire non solo la cronaca, ma la voce: quella dei piccoli, dei dimenticati, di chi non ha mai avuto un posto nei manuali.

Cosa significa per me questo nuovo premio
Ogni riconoscimento non è un traguardo, ma un invito a continuare. A raccontare ciò che è stato taciuto. A restituire dignità a chi l’ha perduta due volte: nella storia e nell’oblio.
Il Premio Albiatum, insieme agli altri, mi conferma che Tigri e colonie non è solo un romanzo storico: è un racconto civile, un ponte tra generazioni, un modo per guardare allo specchio un’Italia che spesso preferisce distogliere lo sguardo.
Prossimi appuntamenti di Tigri e colonie infanzia rubata
Il prossimo incontro pubblico sarà a Prato, il 29 giugno, nel Giardino letterario della Gualchiera di Coiano. Ogni presentazione è un dialogo nuovo, un’occasione per far vivere ancora una volta questa storia.

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